Adolescenti e Adulti a Confronto

Adolescenti e Adulti a Confronto“Fino ad una settimana prima giocavo a calcio, andavo in giro e tornavo a casa tutto sudato, ed ero solo felice e preso da quello che facevo, una settimana dopo tutto di un colpo mi interessava moltissimo il giudizio degli altri, volevo vestire solo in un certo modo, avere un certo look, perché non volevo assolutamente più sembrare un bambino, ed inoltre avevo occhi e orecchie solo per le ragazze…”. Parole che non di rado si ascoltano nel momento in cui si incontra un adolescente, e che più di mille parole tecniche e specialistiche rendono l’atmosfera di cosa possa significare entrare nell’adolescenza: ritrovarsi catapultati improvvisamente e inaspettatamente in una condizione nuova, affascinante e al contempo angosciante.

Non a caso spesso in ambito psicologico si considera l’adolescenza una sorta di “seconda nascita.” Cambia la voce, cambia il corpo, cambiano gli interessi, la sessualità reclama con forza attenzione, spuntano fuori pensieri nuovi legati a questioni religiose, politiche e filosofiche, e via dicendo. In sintesi l’adolescenza pone i ragazzi e le ragazze, davanti alla più basilare tra le domande identitarie: chi sono?

Domanda con cui l’uomo da sempre ha dovuto e deve fare i conti, e a cui, ovviamente, non è mai per nulla facile rispondere. E a ben vedere, è proprio questa domanda così secca e asciutta a rendere inquieta l’adolescenza. L’adolescente non può limitarsi a rispondere, cosa che spesso capita ad un adulto, dicendo cosa fa e che ruolo ricopre nella vita, perché egli è solo uno studente, così come lo sono gli altri suoi coetanei, ed è così costretto a cercare di capire chi è senza basarsi semplicemente su quello che fa. In altre parole, l’adolescente è obbligato dalla stessa condizione adolescenziale a cercare di cogliere l’intima essenza della sua personalità. E ciò lo spiazza, lo disorienta, lo lascia nella condizione di chi non può che navigare a vista.

Non sapendo come relazionarsi a tutto questo marasma interiore, egli/ella è come se cercasse di definirsi tramite le azioni. Se pensa una cosa, se ha una nuova idea, qualunque genitore con figli adolescenti potrebbe confermare ciò, è come se dovesse concretizzarla subito. Talvolta è come se una determinata esperienza dovesse essere vissuta necessariamente in uno specifico week end, altrimenti è come se dopo più in là non possedesse più lo stesso valore. Questa spasmodica fretta dà l’idea di quanto la domanda “chi sono” sia assolutamente dirimente per l’adolescente. Lo è a tal punto che gli è quasi impossibile stare fermo. E’ come se dinanzi ad una questione identitaria tanto centrale, davanti al vulcano della vita, l’adolescente non potesse proprio concedersi il lusso di starsene con le mani in mano.

E tutto ciò sollecita anche l’adulto: fino a che punto lasciare spazio al figlio/a adolescente? E’ grande a sufficienza? E’ maturo per determinate esperienze? Va subito detto che, in linea generale, per una serie di ragioni legate alla società e al mutamento dei costumi, i genitori contemporanei, volenti o nolenti, sono molto più propensi a lasciare spazio ai ragazzi rispetto ai loro stessi genitori o comunque in confronto alle generazioni precedenti. Piccolo inciso di solidarietà nei riguardi di questi benedetti genitori contemporanei: tutto ciò li espone, comprensibilmente, a parecchia ansia per il figlio/a. In effetti le giovani generazioni sono maggiormente abituate rispetto alle precedenti, anche perché educate a viaggiare sin da piccole, sia ad avere una certa libertà di movimento e di orario, sia a godere, per mezzo dei social, di una potenziale libertà illimitata che permette, volendo, di conoscere chiunque e di frequentare chicchessia. E davanti a tale stato di cose, i poveri genitori contemporanei hanno pochissime possibilità sia di esercitare qualche controllo sul cosa fa il figlio/a, sia inevitabilmente sperimentano ansia per egli/ella proprio in virtù di questa assenza di controllo. Ma tutto sommato non è questo il punto principale, perché in fin dei conti è fisiologico che si provi ansia per dei ragazzi in crescita che si affacciano in maniera autonoma sulla vita. E’ un destino che probabilmente fa parte dell’essere genitori.

La questione centrale è forse un’altra: l’adolescente beneficia e vuole realmente tanta libertà? Probabilmente no. In ambito terapeutico, nonostante tanti ragazzi notino e apprezzino la disponibilità genitoriale a pagare un prezzo in termini di ansia pur di lasciar spazio a loro, capita spesso di osservare come l’adolescente chieda all’adulto più che altro di avere una posizione. Forse è proprio il setting terapeutico a rendere chiaro questo bisogno: stando letteralmente fermo, l’adolescente è come se capisse che nella sua estrema libertà rischia di perdersi e di rimanere disorientato. Talvolta pare aver necessità di qualcuno che gli dica “stai esagerando” o “stai facendo un errore”, o di qualcuno che gli dica come la pensa sui social, sulla politica o su altre questioni. Sempre però in una maniera motivata, e che venga percepita come autentica dal ragazzo in quanto basata su una visione della vita adulta che poggi sulle proprie esperienze personali significative. In sostanza, l’adolescente non vuole solo che l’adulto sappia reggere l’angoscia per il figlio/a legata alla sua ampia libertà di movimento, bensì auspica che il genitore, o un altro adulto significativo, sappia confrontarsi con lui/lei in un modo che lo aiuti anche a contenere la sua angoscia di fondo connessa al suo non sapere chi é. Un adulto, quindi, che agli occhi dell’adolescente non ha eluso, in tempi e in modi diversi, certe questioni esistenziali della sua stessa adolescenza. Un adulto, con un solo aggettivo, riconosciuto come autorevole dall’adolescente.

E nelle occasioni in cui ciò accade, l’adulto si trova gettato in una situazione paradossale causata dal suo essere, per così dire, esperto di vita. Nel momento infatti in cui l’adolescente gli riconosce una certa autorevolezza rischia con facilità di identificarsi con il ruolo di esperto, e di essere pertanto poco propenso all’ascolto e alla possibilità di essere aperto verso quel nuovo esistenziale di cui l’adolescente si fa portavoce, non facilitando così di fatto quel processo di crescita che dovrebbe invece facilitare. Tale identificazione in toto con il ruolo di colui che già sa, per l’adulto è psicologicamente insidiosa perché lo potrebbe condurre a chiedersi se per lui valga veramente la pena confrontarsi con un acerbo adolescente. In fin dei conti – potrebbe dirsi – “perché io-adulto esperto dovrei essere aperto e disponibile al confronto con un adolescente, se l’adolescente stesso è ben consapevole di essere un principiante nella vita?”

Questa domanda potrebbe essere facilmente liquidata con una battuta, perché, a ben vedere, adulti o non adulti tutto sommato si è sempre principianti dinanzi alla vita. In questo brevissimo scritto, tuttavia, si vuole  affrontare la questione posta poc’anzi mettendo da parte questa comunque lapalissiana verità, qui semplicemente ricordata perché ha l’innegabile pregio di rammentare a tutti il nostro essere sempre piccoli dinanzi agli eventi centrali della vita. Affrontandola diversamente, si può dire che paradossalmente è necessario avere una posizione e contemporaneamente lasciare spazio agli adolescenti proprio per aiutarli ad andare oltre la loro condizione di principianti. Cosa accade ad un’identità in formazione ce lo spiega benissimo Marie-Louise Von Franz. Questa brillante studiosa osserva che nel periodo adolescenziale tante aree psichiche, presenti da sempre ad un livello latente, possono sbucare fuori e portare con loro entusiasmo, gioia, ed energia. Ma tali aree soffrono proprio l’evenienza di essere nuove, in quanto con facilità potrebbero essere demolite da chi è “esperto”. Von Franz avanza l’esempio di una ragazza il cui Animus, ovvero la sua parte psichica maschile, perché tutti – uomini e donne – hanno una controparte psichica, inizia a far capolino e a farsi portatrice di nuovi valori, idee, visioni. Naturalmente una persona con più anni sulle spalle potrebbe trovare dei difetti in tutto ciò, perché un qualcosa di nuovo necessità sempre di aggiustamenti e di tempo per solidificarsi in qualcosa di più compiuto. Tuttavia se l’adulto si dedicasse a quest’opera di demolizione, magari con mille buone ragioni e valide argomentazioni, otterrebbe il risultato – osserva Von Franz – di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Cioè bloccherebbe il potenziale positivo che c’è nelle idee e non solo il possibile versante negativo delle stesse, perché il nuovo, ciò che in status nascendi nell’adolescente, è sempre fragile e a rischio paralisi. Facciamo un piccolo esempio per dare maggiore concretezza al nostro discorso. Immaginiamo una ragazza che voglia fare il medico e che desideri mettere il suo futuro sapere a disposizione dei paesi più poveri. L’adulto potrebbe osservare che a casa loro nessuno è medico, che non si dispone di aiuti per superare il test d’ingresso a medicina, che i posti per le specializzazioni sono pochi, che in famiglia non si hanno tante risorse economiche, che ci sono già altre attività lavorative avviate, che andare in giro per il mondo potrebbe essere pericoloso. Con questo modo di argomentare l’adulto potrebbe annientare l’entusiasmo vitale della ragazza, ma questo è pericoloso perché non significherebbe tanto renderla più terrena quanto spegnerle la fiamma della passione che la anima. Questo è solo un esempio, ma è quanto non di rado accade con un adolescente. Con ciò non si vuole assolutamente invitare il genitore a non dire nulla, tuttavia può essere un bene fermarsi a riflettere sul fatto che i ragazzi sono molto sensibili alle parole e ai giudizi. In sostanza, l’adulto deve fare attenzione a non incarnare, davanti all’entusiasmo adolescenziale, una posizione distruttiva. Tornando sull’esempio precedente, potrebbe così essere di aiuto limitarsi a dire che non sarà facile e semplice realizzare alcuni progetti, che è prudente fare un passo alla volta, ma che ci si può provare con sacrificio e con impegno-cuore-intelligenza-determinazione, riconoscendo così sia la bontà dell’idea, sia facendo capire che lui/lei adulto ci sarà. In altre parole, potrebbe incitare l’adolescente a misurarsi in maniera costruttiva con la realtà, senza dare per scontato né che il tutto sarà semplice e a portata di mano, come da qualche parte fantastica l’adolescente, né al contrario, che ogni progetto sarà per forze di causa maggiore impossibile, terrore, quest’ultimo, sempre presente in un altro angolo della psiche del ragazzo/a in formazione.

Con questa sua capacità di misurarsi e di stare nell’incertezza, l’adulto trasmette l’habitat mentale che non è necessario avere anticipatamente, cioè prima che gli eventi accadano, paura della realtà. Errore, purtroppo, in cui tante volte noi adulti cadiamo, contaminando per così dire il figlio/a. Viceversa, evitando di avere un rapporto troppo apprensivo con la realtà, il genitore sostiene e sollecita il figlio/a non eludere la vita e a non farsi schiacciare da possibili cadute, perché egli ha intimamente fiducia, per esserci passato egli stesso, nella circostanza che da possibili cadute ci possa rialzare e persino imparare. E a ben guardare, è proprio quando l’adolescenza diviene questo costruttivo confronto tra realtà interna e realtà esterna, in cui si contempla anche la possibilità che si possa cadere per poi rialzarsi, che essa si rivela essere una fase esistenziale trasformativa e formativa rispetto alla vita più generale. Fase, in brutale sintesi, che bisogna fare attenzione a non sprecare per via della troppa paura che aleggia nell’aria. Perché, è banale dirlo, di adolescenza ce ne è una sola.

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