Supervisione/Intervisione

Si deve essere in due per scoprire la verità:
uno che la esprima e un altro che la comprenda.
Khalil Gibran

Capire la sofferenza di qualcuno è il miglior regalo che puoi dare ad un’altra persona.
La comprensione è l’altro nome dell’amore.
Thich Nhat Hanh

Supervisione/Intervisione

Supervisione/Intervisione“Ogni trattamento destinato a penetrare nel profondo consiste almeno per metà nell’autoesame del terapeuta”, scrive Jung in “Questioni Fondamentali di Psicoterapia”. Potrebbe sembrare un’affermazione impegnativa, ed in effetti lo è, però ha il pregio di riuscire a rendere in pochissime parole cosa implichi il lavoro analitico se osservato dalla prospettiva del terapeuta.

Una psicoterapia è una forma di aiuto che si basa in primo luogo sull’accoglienza, sull’empatia, sulla presenza, su un ascolto attento, e ciò è realmente possibile solo se si viene toccati emotivamente ed affettivamente dal paziente, e se si è disposti a sentire su di sé la sofferenza e il pathos che egli prova. Quando ciò si verifica, quando il terapeuta ha lasciato circolare e penetrare dentro di sé il mondo interno del paziente, egli è allora nella condizione di poter restituire qualcosa di veramente utile all’altro. Tuttavia, in presenza di questa sintonizzazione emotiva, è possibile anche che il terapeuta perda l’orientamento e si senta disorientato dinanzi al fuoco emotivo che lo investe, perché la psicoterapia è in ogni caso un incontro tra due esseri umani dove sono due le personalità ad essere in gioco, e ad esserlo, se non si vuole ridurre il lavoro terapeutico ad un’applicazione sterile di una tecnica applicabile a tutti allo stesso modo e che con ogni probabilità non sarà di aiuto, è anche quella del terapeuta. L’incontro analitico fa risuonare echi e risonanze affettive nel terapeuta paragonabili ad un complesso crogiuolo emotivo che in genere riesce poi, anche grazie alle sue competenze, a prendere una forma che sia utile per il paziente e che soprattutto ne rispetti e ne faciliti lo sviluppo della sua specifica individualità. Talvolta, tuttavia, in questo crogiuolo c’è il rischio che si rimanga impantanati, perché, nonostante un terapeuta possa aver fatto tanto lavoro su di sé, l’incontro con l’Altro può toccare corde e aspetti di sé mai sperimentati e vissuti in precedenza che potrebbero bloccare temporaneamente il fluire del percorso terapeutico. Ciò non deve sorprendere, né vuole affatto essere una critica al mondo della psicoterapia. Anzi, il fatto che tanti colleghi siano disposti a riconoscere con profonda onestà intellettuale e psicologica che l’incontro con l’Altro è potenzialmente sempre fonte di nuove conoscenze, pare decisamente una nobile testimonianza dell’impegno etico profuso nella professione da parte di tutti quei professionisti che, pur di garantire un risultato di qualità al paziente, sono coraggiosamente pronti a condividere con un collega il loro lavoro. Come si diceva poc’anzi, il terapeuta può essere di aiuto solo se è autenticamente presente in seduta, solo se ha voglia di mettersi in discussione e in gioco: “L’incontro di due personalità – scrive ancora Jung in “Problemi della Psicoterapia Moderna” – è simile alla mescolanza di due diverse sostanze chimiche: un legame può trasformarle entrambe.” Questa metafora chimica sottintende che il terapeuta debba aprirsi alla possibilità che l’incontro analitico, se vuole che si riveli efficace per il paziente, possa essere trasformativo anche per egli stesso. Continua Jung nello stesso saggio: “Non giova affatto a chi cura difendersi dall’influsso del paziente, avvolgendosi in una nube di autorità paternalistica-professionale: così facendo, egli rinuncia a servirsi di un organo essenziale di conoscenza.” Una conoscenza quindi che è legata alla specifica persona che si ha davanti, e non una conoscenza ex-cathedra data una volta per tutte. Una conoscenza, invece, che si rivelerà utilissima per il paziente, perché nascerà dallo specifico della loro coppia analitica. Una conoscenza vissuta, si potrebbe dire. Conoscenza, d’altra parte, che proprio in quanto vissuta non sempre sarà facile da conseguire. Non a caso anche Freud raccomandava agli psicoterapeuti di sottoporsi periodicamente ad un ulteriore periodo di analisi. Da questo punto di vista, la Supervisione può essere utilissima perché può costituire quello spazio di riflessione comune con un collega, che si presuppone abbia maturato una certa esperienza clinica, che può aiutare nel vedere quanto non si sta vedendo nel proprio lavoro in un dato momento e che può quindi  permettere, grazie appunto al recupero di questa capacità visiva, di ritrovare quella salutare consapevolezza del proprio agire in grado di tutelare l’equilibrio dell’analista e la bontà del percorso terapeutico del paziente.

Quello che qui preme sottolineare è lo spirito con cui viene intesa la Supervisione. Il Supervisore, anche se ha raggiunto una certa esperienza, deve conservare sempre e comunque l’umiltà necessaria per non identificarsi con la posizione di colui che sa tutto e/o che in ogni caso ne sa più del suo collega. Per la semplice e banale ragione, spesso purtroppo dimenticata, che non c’è egli dentro la stanza analitica con quel paziente, bensì il suo collega, e quindi non può sapere meglio del diretto interessato cosa sta accadendo. Non può sentire fino in fondo l’atmosfera dell’incontro terapeuta-paziente, può conoscere fatti e racconti ma non gli aspetti non verbali delle sedute analitiche. Il ruolo del supervisore non viene quindi interpretato come un calarsi nei panni di colui che si pone su un piano di superiorità che quasi si sostituisce al collega dicendogli cosa fare o non fare. L’agire del Supervisore è qui immaginato come non giudicante e non colpevolizzante, sia perché l’esperienza di supervisione dovrebbe comunque essere un’occasione di crescita per il collega e non un qualcosa che né influenzi negativamente l’autostima, sia perché l’esperienza stessa del supervisore non dovrebbe mai fargli perdere di vista la complessità e delicatezza di ogni incontro analitico che di per sé dovrebbero suggerirgli cautela e prudenza con eventuali giudizi. Il Supervisore qui è pensato come una figura che aiuta a vedere, ponendosi non in alto, bensì a latere della posizione analitica. E qualcuno che si confronta con il collega per facilitarlo nell’avere sì una visione più chiara e nitida del “materiale” della terapia, i sogni – i sintomi – le situazioni relazionali del paziente, ma che soprattutto cerca di aiutarlo nel sentire sé stesso, il suo assetto mentale, rispetto a quello specifico paziente che gli si pone davanti. Facilità il collega nel lavorare su di sé, l’accompagna nel fare ordine nel suo “autoesame” di cui parla Jung, perché è ben consapevole che solo un terapeuta con un buon assetto mentale potrà aiutare il suo paziente.

Per come viene proposta in questo contesto la Supervisione, sarebbe forse più opportuno parlare di Intervisione. Il prefisso Super trae in inganno perché fa pensare a qualcuno che sta sopra e vede da sopra, mentre il termine Intervisione restituisce maggiormente il senso di quanto qui viene proposto, cioè un vedere insieme, un vedere con, che possa permettere al terapeuta in supervisione/intervisione di apprendere dalla sua esperienza con il paziente, perché il fine della Supervisione/Intervisione non è quello di trasmettere il proprio sapere, ma di permettere all’Altro di trasformare il suo incontro analitico con il paziente nel suo sapere esperienziale.

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