Dialogo Psicologico con i Figli e Autenticità

Dialogo Psicologico con i Figli e Autenticità Il dialogo è uno di quegli elementi dell’esistenza familiare di cui se ne coglie appieno l’importanza nel momento in cui è assente o è mancato. Spesso lo si rivaluta ex post, quando ormai qualche “disastro” è avvenuto. Non di rado questa rivalutazione dell’arte del dialogare sì verifica quando qualcosa ha fatto male e/o ci ha fatto male. Un genitore di un figlio adolescente, per esempio, si rende conto di quanto sia così nell’attimo in cui inizia a vedere che il suo bambino gli è un perfetto sconosciuto che è incappato in qualche difficoltà critica: in una bocciatura, in un uso disinvolto di droghe, in un brutto giro di amicizie, in atti di bullismo o vandalismo, o è caduto dentro una vita solo virtuale e di social nella quale il genitore fatica anche ad avere gli strumenti concettuali per muoversi in un mondo che per alcuni versi pare un altro mondo.Nei momenti di crisi del figlio il genitore prova in genere una sofferenza molto umana e intensa che gli offre, tuttavia, anche l’opportunità di notare quanto il ragazzo sia per certi versi solo e privo di una guida adulta. Con ogni probabilità sarà poi da questa dolorosa presa di coscienza che nascerà nell’adulto una consapevolezza diversa e più sentita di quanto fosse e sia necessario trovare un modo per parlare con un figlio che pare lontano. Dialogando – si dice il genitore ferito – forse, è il forse è d’obbligo perché l’adolescenza è frequentemente in ogni caso un periodo di forte “rottura” con il mondo dei grandi, tutto ciò poteva essere evitato.

Va detto che il dialogo genitore-figli non è mai semplice perché il dialogo, ovvero l’incontro tra due intelligenze e punti di vista, presupporrebbe un confronto tra pari e tale peculiarità nella relazione genitori-figli non c’è. Genitori e figli hanno una relazione asimmetrica, verticale, dove i primi sono hanno un potere e una responsabilità diversa rispetto ai secondi. Un genitore può imporre, può decidere per il figlio, e questa asimmetria sembrerebbe essere contraria alla natura stessa del dialogo che per definizione parrebbe tra pari. Per questo un adolescente si trova così bene con altri adolescenti, ovvero in delle relazioni simmetriche ed orizzontali.

Tali difficoltà inerenti la possibilità di dialogare con i ragazzi possono essere comunque ovviate in primo luogo coltivando un certo tipo di dialogo fin da subito, fin da quando il figlio è un bambino piccolo. I bambini, a differenza degli adolescenti, sono più facilmente propensi a parlare di loro stessi, a raccontarsi, a farsi conoscere. Vogliono parlare della scuola materna, poi delle elementari, delle maestre, degli amici, dello sport che praticano, di quello che è successo in una festa di compleanno, di un brutto voto, del cartone o del film che hanno visto, delle loro paure, dei loro sogni. Vogliono condividere i loro giochi, la loro vita, e il genitore deve esserci e allo stesso tempo, tuttavia, deve anche lasciare spazio. Deve essere presente senza essere invasivo, ma soprattutto deve essere in grado di rinunciare alla tentazione di sostituirsi al figlio. Chiunque ha figli sa bene quanto questa tentazione possa essere presente dietro ogni azione del quotidiano. Un bambino vorrebbe, perché in tutti c’è un nucleo di onnipotenza [1], essere il più bravo, il più bello, ect.., mentre la realtà può essere frustrante. Un compito a scuola, per esempio, non sempre riesce ed un brutto voto può far piangere. Nel vedere ciò, ogni genitore rischia talvolta di aiutare troppo, di incolpare la scuola, di fare lui al posto del bambino/a per garantirgli un buon voto. Per assicurargli, perché c’è di più in gioco del solo voto, una certa immagine di sé. Così facendo il genitore perde tuttavia la possibilità di essere uno specchio fedele, capace di restituire un senso di sé più equilibrato dove limiti e pregi, risorse e potenzialità, possano essere visti e accettati in tranquillità senza che il tutto si tramuti in una valanga emotiva per il bambino. Il provare ad essere uno specchio fedele da parte del genitore ha invece l’indubbio merito di aiutare il figlio sia a sostenere il peso delle frustrazioni che la vita propone, sia di aiutarlo a non dover aderire necessariamente ad un’immagine di sé medesimo, alla lunga faticosissima, in cui sta sempre solo e soltanto in alto. Inoltre, nonostante tale compito educativo sia piuttosto impegnativo, è uno di quei fattori che consente al genitore di conquistarsi una certa autorevolezza sul campo perché gli permette di diventare colui che trasmette valori e che insegna, con affetto, che c’è da crescere.

Cercare di essere uno specchio fedele e affidabile si basa su un certo tipo di fiducia, perché per lasciare il giusto spazio al figlio, esponendolo anche a piccole e salutari cadute, è necessario nutrire una profonda e genuina fiducia nei suoi confronti. Una fiducia che, va detto, non coincide con il risultato immediato, bensì con l’idea di fondo che quel bambino/a potrà tirare fuori aspetti della sua individualità nel corso del tempo e degli anni a venire se avrà l’opportunità e il sostegno per essere fedele a ciò che egli stesso è. E la fiducia, o meglio questo tipo di fiducia di fondo, è l’ingrediente di base del dialogo tra genitori e figli, perché con queste premesse e queste condizioni, anche se è evidente l’asimmetria nella relazione, sarà il bambino stesso a cercare nel genitore un punto di confronto perché ha avuto e continua ad avere la possibilità di esperire la vicinanza di una presenza che allo stesso tempo sa lasciarlo andare ed è capace di rispettarlo convintamente come persona diversa da sé. Il bambino, infatti, capisce intuitivamente che c’è un interesse per lui come persona, e non per quello che potrebbe essere, ed è quindi ben lieto di vivere una relazione significativa basata su un dialogo autentico. In altre parole, deve essere un modo di esserci non narcisistico. Ossia un genitore non deve né essere presente solo per lodare e innalzare il figlio, né al contrario, ma in fin dei conti è il rovescio della stessa medaglia, deve trattarlo come un qualcosa da esibire al pari di un trofeo di cui farsi vanto e da sfoggiare nelle occasioni sociali.

Certo tutto ciò con un adolescente è più difficile, ma nulla è perduto. L’essere umano è sempre un essere umano ed anche l’adolescente viene profondamente colpito dall’autenticità del genitore. Anche all’interno di una relazione “deteriorata” l’autenticità esercita il suo effetto assolutamente benefico. Nei casi citati a mo’ di esempio poco sopra, l’autenticità consiste nell’impegnarsi a fondo per capire cosa è successo. Non solo al figlio, bensì anche a sé stessi. L’autenticità sta nel capire la “crisi” del figlio, il che non significa giustificarne il comportamento, ma anche nel riconoscere eventuali propri errori e limiti. Molte volte infatti, sia pur in perfetta buona fede, un genitore sbaglia. Si occupa degli aspetti materiali e concreti della vita del figlio, si concentra sul dargli opportunità, lo vorrebbe felice, ma “dimentica” di porre domande e intraprendere un dialogo più prettamente psicologico. Spesso per mancanza di tempo, altre volte perché tale dialogo non è poi così semplice anche perché esso implica che il genitore debba reggere l’angoscia del figlio e per il figlio. In adolescenza, per esempio, domande legate all’identità assumono un peso di primissimo piano: “Chi Sono?” “Chi Sarò?” “Che Faro’?”, diventano ombre che si allungano sulla giovane esistenza. Sono questioni che spaventano il ragazzo/a e possono angosciare anche il genitore che non vede, e con mille ragioni, né una società così buona dinanzi a sé, né un futuro certo per il figlio. Per questo con la lucidità e la fermezza di chi più anni alle spalle deve contribuire a sostenere le ansie e i timori del figlio e a contenere dentro di sé le ansie e i timori che ha per il figlio.

Se il genitore capisce che è stato carente, che non è riuscito a coltivare un dialogo psicologico con il ragazzo/a, può provare a riprendere i fili interrotti della relazione in primo luogo parlando con coraggio di quello che può essere stato il suo contributo nella situazione che si è venuta a creare. Mostrarsi in maniera autentica rispetto a quelli che possono essere i propri limiti, senza paura e con la giusta dose di umiltà, è un primo passo per far sì che l’adolescente possa rivedere nel suo genitore un adulto che sia veramente capace di assumersi le sue responsabilità. Un adulto, quindi, che sia veramente tale e per questo meritevole di essere investito, o reinvestito, dal ragazzo/a come un autorevole punto di riferimento con il quale confrontarsi.

[1] Se il bambino/a non avesse questo nucleo in sé il mondo lo spaventerebbe troppo, perché tutto sarebbe troppo grande. Per alcuni versi è quindi un nucleo necessario.

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