Brevi Considerazioni Sullo Stato Dell’Arte

“Nel 1997 il “New York Times” chiese a diversi studiosi e critici d’arte di rispondere alla domanda “che cos’è l’arte?”. Dal tono e dalla qualità delle risposte si capì come attualmente non sia per nulla scontato il riuscire a trovare una risposta chiara a questa domanda tanto semplice quanto assolutamente impegnativa. Per esempio, William Rubin, ex direttore del MoMa di New York, disse esplicitamente che “non esiste una singola definizione di arte” ed aggiunse che un’opera può essere ritenuta tale se un insieme indefinito di persone la considera “arte”; mentre l’eminente critico Thomas McEvilley fotografò lo stato dell’arte dicendo che “qualsiasi cosa può essere arte.” Risposte tautologiche, o che in ogni caso non rispondono alla domanda iniziale: banalmente, se ogni cosa può essere arte il rischio è che nulla possa esserlo realmente.

A tale stato dell’arte si è arrivati con la progressiva separazione tra arte ed estetica, iniziata con l’avvento della fotografia e con le avanguardie del Novecento ed avvenuta in maniera più definitiva con l’arte concettuale. La possibilità di fotografare qualunque oggetto o figura, ha tolto alla pittura l’obbligo di essere realistica e le ha fornito la possibilità di sperimentare e di osare in nuovi territori. Così, per esempio il cubismo si è dedicato a cercare di fornire prospettive e piani diversi dello stesso soggetto all’interno della stessa tela, il futurismo si è concentrato sull’idea di movimento, l’astrattismo – come dice la parola stessa – ha smarrito le proprietà fisiche degli oggetti esterni, il surrealismo ha dato corpo alla realtà onirica, e via dicendo. Nulla toglie, però che in tali correnti, ci fosse comunque un qualcosa di affascinante e di estetico. Chi – in fin dei conti – davanti ad un Picasso, ad un Dalì, ad un Kandinsky, non rimane comunque estasiato? Tale fascino estatico con l’arte concettuale è andato perso. Pensiamo al primo home-made della storia di Marcel Duchamp, un orinatoio rovesciato e presentato come una fontana. Un oggetto già esistente, non prodotto dall’artista attraverso abilità specifiche, bensì già presente nell’ambiente. Una rivoluzione copernicana, nella quale l’arte più che di abilità tecniche-pittoriche ha bisogno di parole e di una visione concettuale per poter essere compresa. Un cambio di paradigma dove qualunque oggetto potenzialmente può di fatto elevarsi al rango di opera d’arte, e che ha aperto la strada ad altre forme di arte contemporanea quali la pop art, la body art, l’arte multimediale, dove la propria visione concettuale viene espressa o con qualcosa che già c’è o con l’ausilio delle tecnologie disponibili.

Va assolutamente detto – questo per chiarire che non è intento dell’articolo crocifiggere Duchamp – che le intenzioni dell’arte concettuale erano, e sono per molti versi, del tutto nobili. Marcel Duchamp cercava la bellezza anche in ciò che è comune e non solo in ciò che è generalmente considerato bello, cercava – quasi al pari di un alchimista – lo spirito nella materia. Non cercava assolutamente, cosa che avrebbe potuto facilmente ottenere con la sua notorietà, di divenire ricco, né mai strumentalizzò in tal senso, non a caso ne produsse solo pochi, i suoi home made. Che poi tale tendenza ad elevare qualunque oggetto ad opera d’arte, soprattutto per ragioni economiche come osservava lo stesso Duchamp, possa aver conosciuto delle degenerazioni dove molti con troppa disinvoltura hanno finito con il valutarsi artisti è un qualcosa che non è in alcun modo attribuibile a Duchamp.

Al netto di tutto ciò, rimane il dato di fondo che la rottura definitiva tra arte ed estetica rende difficile capire cosa oggi possa essere considerato arte e cosa no. In altre parole, un’arte così radicalmente separata da un’estetica capace di parlare all’uomo rischia di non avere nessuna identità. A tal proposito lo storico dell’arte Erich Steingraber, osserva come elevando “tutto a bello” il rischio sia contemporaneamente quello di privare l’arte di una qualunque funzione collettivo e/o sociale, sia quello di rendere di fatto l’esperienza artistica un qualcosa di “totalmente individuale,” ovvero un qualcosa di così autoreferenziale da non poter essere valutato in alcun modo.

Come si vede, un bel caos e una bella confusione regna sotto la parola ombrello arte. Si può fare qualcosa per orientarsi sotto questo cielo? C’è qualche modo, qualche strumento, per muoversi più agevolmente all’interno del campo “arte”? Forse sì. Può essere di aiuto soffermarsi su una sovrapposizione che pare caratterizzare l’arte contemporanea, ovvero una certa non distinzione tra arte e creatività. Facciamo un piccolo esempio: nel momento in cui una persona di spessore e di livello quale Joseph Beuys, che con ardore e impegno si è occupato con il suo lavoro di pace, ambiente, natura, diritti e altro, dichiara che “ogni essere umano è un artista”, scivola su questa sovrapposizione. In realtà leggendo i suoi scritti e le sue interviste, è evidente che egli intenda che in tutti può esserci una creatività e un’originalità da coltivare, ma con questo non vuol sotto-intendere che ognuno, che chiunque, sia un grande artista, eppure da egli arte e creatività vengono usate come parole intercambiabili. Ma le due aree non coincidono del tutto: l’arte richiede indubbiamente creatività, ma non ogni cosa creativa non è necessariamente arte. Anche un pubblicitario è creativo, anche un giocatore di scacchi è creativo perché riesce a combinare gli stessi pezzi in tantissimi modi differenti, così come è creativo anche chiunque riesca ad inquadrare un determinato problema sotto una prospettiva diversa. Come hanno già ampiamente dimostrato dagli studi di Psicologia della Gestalt di Kohler, anche gli scimpanzé sono capaci di pensiero creativo: posti in una gabbia e con del cibo al di fuori di essa e dalla loro portata, si sono mostrati capaci di usare un bastone in maniera non convenzionale, adoperandolo cioè in un modo che permettesse di avvicinare il cibo. Erano cioè capaci di un pensiero creativo, ma naturalmente nessuno considererebbe degli artisti gli scimpanzé in questione.

La distanza che intercorre tra creatività e arte è probabilmente la stessa che Arthur Schopenhauer vedeva passare tra l’uomo di talento e l’uomo di genio: il primo riesce a vedere qualcosa prima degli altri, il secondo vede qualcosa che per gli altri è come se non ci fosse o non esistesse. Carl Gustav Jung era solito sostenere che l’arte, quando è veramente tale, riesce a toccare delle corde psichiche collettive, e pertanto svolge una “funzione sociale”, perché mostra ad una specifica società il suo non visto e il suo non considerato. E, a ben vedere, è proprio tale potenza psichica di alcune opere che permette di differenziare il momento in cui ci si trova dinanzi ad un artista geniale, nel senso schopenhaueriano del termine, dal momento in cui ci si trova invece davanti ad opere di un comune mortale dotato sia pure di una marcata creatività. In altre parole, è come se l’Opera d’Arte con le iniziali maiuscole permettesse un salto qualitativo, come se permettesse, magari anche solo per un attimo, di toccare una certa verità con la testa e con il cuore. Per cogliere meglio questa capacità dell’Arte di saper giungere anche direttamente al cuore, qualità quest’ultima che pare preclusa alla semplice creatività, pensiamo per un attimo alle scarpe da contadino dipinte da Vincent Van Gogh. Non sono solo un paio di scarpe consumate e consunte, hanno la forza per esprimere la fatica di un mondo, il mondo degli ultimi e dei non considerati:

Brevi Considerazioni Sullo Stato Dell’Arte

sono scarpe che non paiono neanche essere collocate dentro una casa, come se non ne fossero degne; sono scarpe che ricalcano l’aspetto di piedi deformati dal dolore. E chi si ferma davanti al quadro intuitivamente, senza che sia necessario aggiungere altro, improvvisamente comprende ciò.

Avere a mente ciò, basarsi su riflessioni filosofiche e psicologiche che facilitano nel distinguere qualitativamente tra arte e creatività, può essere utile al fruitore di arte, ma soprattutto all’arte stessa, perché il grande pericolo che quest’ultima sta correndo è quello di perdere la connessione con un’ampia fetta della popolazione e dell’umanità. Tale situazione critica è raccontata e mostrata benissimo nel film “Il Mistero Bellavista” di Luciano De Crescenzo. Due amici, Benedetto Casillo e Sergio Solli, rispettivamente un portiere e un netturbino, dopo essersi trovati accidentalmente in una mostra che espone opere di Lucio Fontana e di Tom Wesselmann, rimangono basiti e non riescono a capire se tali opere debbano considerarsi arte o meno. Dubbiosi e con posizioni diverse in merito, decidono di porre la questione ad un professore con profonda cultura, Luciano De Crescenzo. Il portiere, più scettico tra i due, racconta tutto al professore e si domanda e gli domanda: “Se tra mille anni un muratore, durante la ristrutturazione di una villa lussuosa, trovasse delle tele bucate o delle parti di bagno, penserebbe di trovarsi davanti ad illustri opere d’arte?”. Domanda retorica nel film, ma che dà l’idea di quanto l’arte contemporanea possa aver perso la capacità di parlare con sentimento immediato alla stragrande maggioranza delle persone. E a questo punto, anche noi con un pizzico di retorica, non possiamo che chiederci: un’arte che ha bisogno di tante spiegazioni intellettuali per essere capita, è davvero utile a livello generale se non riesce più a penetrare direttamente nel cuore delle persone?

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