Adolescenza e Psicofarmaci

La tendenza al consumo di psicofarmaci nel periodo adolescenziale è in aumento nei paesi occidentali, e naturalmente ciò sta richiamando l’attenzione degli specialisti in materia sul perché, o sui perché, di tale fenomeno e sulla sua opportunità. Ma partiamo da qualche numero per inquadrare meglio l’ampiezza di tale trend.Negli Stati Uniti il consumo di psicofarmaci in adolescenza ha già raggiunto picchi impensabili fino a qualche anno fa: il National Center for Health Statistics riporta che il 5 per cento degli americani tra i 12 e i 19 anni usano antidepressivi, se a ciò sommiamo il 6 per cento della stessa fascia d’età che usa invece farmaci contro il cosiddetto Adhd, il disordine da deficit d’attenzione e iperattività, arriviamo a notare come più di 1 adolescente su 10 ricorra regolarmente all’uso di psicofarmaci. In Italia non disponiamo di dati sul piano nazionale, ma di molte ricerche svolte a livello territoriale da Asl o ambulatori di zone geografiche specifiche [1], che ci offrono tante “fotografie” della situazione anche se non è poi semplice formarsi un quadro complessivo. Uno studio che merita una citazione particolare in tal senso, considerata la sua ampiezza, è stato realizzato da Espad-Italia [2] ed ha evidenziato come il 10% di bambini e ragazzi abbiano assunto almeno una volta psicofarmaci. Da questa ricerca è emerso, che oltre ad un certo uso di sonniferi, i ragazzi tra i 15 e i 19 anni tendono a consumare farmaci per essere più attivi ed efficienti nelle attività, come lo studio, e per potenziare la concentrazione (il 3%), mentre il 2,4% fa uso di farmaci per stabilizzare l’umore o per inibire lo stimolo della fame. Inoltre, non va trascurato un fenomeno che è difficilmente quantificabile, ma che pare stia divenendo un qualcosa di via via più diffuso, ovvero la tendenza ad acquistare su internet prodotti e sostanze bypassando lo specialista.

Vedendo questi numeri, la prima domanda che viene da porsi è se almeno l’uso così forte di psicofarmaci sia utile? Si può dire poco di quelle situazioni in cui il farmaco viene usato occasionalmente e/o senza che l’adolescente sia seguito da nessuno, anche se su questo tipo di uso torneremo a rifletterci più avanti, diverso è il discorso laddove viene seguita una cura. E da questa angolazione, i risultati non sono per niente incoraggianti. Una ricerca pubblicata sulla rivista “The Lancet” nel 2016 ha monitorato l’effetto di 14 diversi tipi di antidepressivi, somministrati in minori tra i 9 e i 18 anni, confrontandoli con dei placebo e solo in un caso l’antidepressivo ha fornito risultati migliori del placebo. Ciò dovrebbe indurre ad una certa cautela nella prescrizione di farmaci a minori, ovvero andrebbe preso in considerazione il loro utilizzo solo laddove le altre possibilità educative e terapeutiche non siano risultate da sole sufficienti. Anche perché non va dimenticato che la sperimentazione degli psicofarmaci, prima che vengano messi sul mercato, avviene sugli adulti e non è detto che il sistema nervoso dell’adolescente reagisca nella stessa maniera di quella dell’adulto.

Se torniamo a vedere i dati pubblicati da Espad-Italia, possiamo notare come molti ragazzi usino farmaci, talvolta senza che lo sappiano neanche i genitori, per aspetti che potremmo definire quotidiani: una notte insonne, difficoltà di impegno nello studio, per un umore che oscilla in base agli eventi che accadono. In altre parole, un momento di difficoltà vuole essere subito superato, spento, come se da quel momento non si potesse apprendere nulla. E’ come se  le difficoltà non venissero percepite come un momento di possibile crescita, ma solo come un intoppo, una macchia rispetto al sentirsi macchine efficienti. Da tale prospettiva, i momenti di malinconia adolescenziale, da cui può sgorgare creatività, diventano depressione; una difficoltà in una materia, anziché essere anche l’occasione di capire cosa forse si vorrà fare da adulti, un problema di concentrazione; un periodo di introversione, anziché l’occasione di un momento di intimità con se stessi, appare una fobia sociale. Come scriveva James Hillman “abbiamo trasformato gli dei in malattia”. Quello che conta è l’immediato, il presente, il tutto e subito. Se ciò è fisiologico e normale per l’adolescente, che per sua natura è incentrato sul presente e sull’immediatezza di un’esperienza, cosa possiamo dire di noi adulti. Donal Winnicott in “Gioco e Realtà” scrive: “L’adolescente è immaturo. L’immaturità è un elemento essenziale della sanità nell’adolescenza.” Probabilmente noi adulti abbiamo difficoltà a tollerare questa peculiarità dell’adolescente, i suoi cambi di umore, di interessi, di prospettive, i suoi silenzi, la sua bonaccia, il suo girovagare senza meta. Così le difficoltà dell’adolescente, di un nostro figlio adolescente, divengono una ferita per il genitore. Sempre Winnicott sosteneva che l’adulto deve avere la capacità di stare fermo davanti all’adolescente, di non seguirlo necessariamente sulle sue montagne russe. L’adolescente vuole, giustamente e comprensibilmente, essere ascoltato e l’adulto deve farlo con pazienza, ma senza rinunciare ad una fermezza della propria posizione e dei propri valori. Massimo Ammaniti, uno dei massimi esperti italiani di “Psicopatologia dell’adolescenza”, utilizza il termine “adultescente” per descrivere l’adulto di oggi. In estrema sintesi, è troppo simile all’adolescente. Anche egli troppo catturato dal presente, dalle soluzioni immediate, dal cercare il consenso del figlio, dal proteggerlo eccessivamente, ed infine talvolta dalla ricerca di un esasperato giovanilismo. Un adulto che somiglia troppo all’adolescente non gli offre un buono specchio psichico, perché l’adolescente ha in primo luogo bisogno di qualcuno che abbia intimamente fiducia in lui e che non si spaventi dinanzi al suo caos interno. Se l’adulto non si lascia prendere dall’angoscia davanti all’adolescente, quest’ultimo riuscirà a concedersi un tempo diverso per riflettere sulle difficoltà che vive e per ascoltare se stesso. E così forse potrà trasformare le fisiologiche difficoltà adolescenziali nell’opportunità di capire chi è e cosa vuole. Un esempio cinematografico carino e calzante di quanto vado dicendo lo troviamo nella recente commedia italiana “Ma cosa ci dice il cervello?”. Stefano Fresi insegna letteratura in una scuola superiore, ed è l’unico professore, rispetto ad altri professori disposti a “regalare” un sei per evitare determinate conseguenze, che non ha timore di mettere una netta insufficienza ad un ragazzo che ogni volta lo umilia e lo ridicolizza davanti alla classe e sul web. Riesce a sopportare tutte queste angherie perché dentro di sé crede nella scuola e nello studente, ed è pronto anche a pagare un prezzo molto alto per i suoi valori, per la semplice ragione che non può andare contro le convinzioni che ha maturato come professore e uomo. Questa sua fermezza ad un certo punto ha un effetto sul ragazzo: agli occhi di quest’ultimo diviene un adulto credibile e autentico, e non uno dei tanti sta lì solo per via dei tanti compromessi che ha fatto con la società, e quest’evenienza in qualche modo “attiva” la voglia di crescere nell’adolescente stesso. In altre parole, si tramuta in uno specchio che permette al giovane di contemplare la sua crescita.

Dovremmo forse chiederci, seguendo quanto detto sino adesso, se siamo adulti capaci di stare fermi, perché il fatto che ci sia un consumo così ampio di psicofarmaci da parte degli adolescenti è forse la spia che qualcosa si è “spezzato” nel mondo degli adulti. E se desideriamo adolescenti diversi, in primo luogo, tutti noi dovremmo essere adulti diversi. In poche parole, meno spaventati da ciò che abbiamo davanti.

[1] Uno studio molto interessante, per esempio, è stato condotto a Genova su un campione di 150 ragazzi ed è possibile consultarlo sulla rivista psychiatry on line.

[2] Tali dati, in maniera più ampia, sono consultabili sul sito internet del CNR.

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