Richiesta di Psicoterapia e Covid

La lunga situazione legata alla pandemia Covid che stiamo ormai vivendo da quasi due anni ha portato, come numerose ricerche in materia testimoniano, ad una via via crescente domanda di aiuto psicologico. Per esempio, una recente indagine condotta su oltre 1700 psicoterapeuti/e ha rilevato come per i 2/3 del campione si fosse in presenza di un aumento così marcato della quantità di lavoro psicoterapico da far sì che questi stessi professionisti non avessero più la disponibilità di spazio per accogliere eventuali nuove richieste di aiuto. E altri studi hanno confermato trend simili.

Senza voler sminuire numeri così significativi, può essere tuttavia più interessante, per cogliere la relazione che c’è tra questa lunghissima pandemia e la richiesta di aiuto psicologico, soffermarsi sulla qualità delle richieste anziché sulla quantità. Focalizzandoci su quest’ultimo aspetto possiamo osservare 2 macro-aree di richieste di soccorso: nuove domande, ovvero nuove difficoltà legate al Covid, e domande legate alla “riattivazione” di difficoltà già presenti nel passato di colui/colei che pone la domanda di aiuto.

Tra le nuove difficoltà legate al Covid incontriamo persone “gettate” dal virus stesso in diverse situazioni esistenziali, che, a tutti gli effetti, nel periodo pre-Covid non erano neanche lontanamente immaginabili. Giusto per esemplificare, possiamo pensare all’adolescente in crisi perché quasi obbligato a non socializzare, il che equivale a dire al trovarlo quasi prigioniero del suo non poter essere adolescente nonostante naturalmente lo sia; oppure al/alla single che in un periodo di distanziamento sociale vede l’incontro con l’altro/a  più lontano, con degli inevitabili conseguenti riflessi sul modo stesso di vivere la sessualità e l’eros; oppure ancora al lavoratore/la lavoratrice a cui è stato imposto lo smart working e che non riesce più a trovare dei confini e ad orientarsi tra la sua sfera privata e quella pubblica; o al lavoratore/la lavoratrice che ha perso il lavoro causa Covid e che con tale perdita vede sfumare per certi versi la speranza in un futuro migliore e proprio in virtù di ciò si trova a fronteggiare un livello di angoscia a cui non sa rispondere; o infine all’anziano che il Covid ha reso ancor più solo e spaventato perché questo virus colpisce in primis le persone con uno stato di salute generale più precario. Tutte situazioni di fatto nate con il Covid e che hanno posto difficoltà psicologiche sconosciute in precedenza.

L’elenco appena proposto è tra l’altro certamente riduttivo, per esempio esclude i bambini che vivono anch’essi problematiche di socializzazione non indifferenti o le tante coppie forse già di loro instabili a cui il lockdown ha fatto conoscere precocemente la parola fine, ma nonostante questo suo essere stringato permette di notare con un semplice colpo d’occhio come le nuove richieste di aiuto siano trasversali alle diverse fasce di età e classi sociali. In sostanza, il Covid é stato ed é di per sé una durissima prova psicologica che non concede sconti a nessuno e che potenzialmente è in grado di colpire chiunque di noi. Dicendo ciò non si vuol cadere dentro un atteggiamento pessimistico, perché ben sappiamo che buone psicoterapie sono di grande aiuto nel trovare risposte personali a tali difficoltà, bensì si vuol cercare di presentare un quadro realistico della situazione senza cadere dentro un ottimismo di superficie.

Tra le richieste, invece, che “riattivano” vecchie difficoltà assistiamo in genere all’esacerbarsi di un lato della personalità. Snoccioliamo qualche esempio tratto dalla clinica: la persona con tendenza eccessivamente evitante verso gli altri, e per alcuni versi anche verso la vita, che con il Covid pare essere ripiombata dentro un forte atteggiamento di chiusura generale; la persona di origine straniera che con il Covid torna a sentirsi ancor più straniera, perché con il Covid gli uni con gli altri abbiamo smarrito quell’aurea di familiarità e tale clima sociale, essendo le persone straniere per definizione tali, finisce con il far sì che esse ne risentano in misura ancora maggiore rispetto agli autoctoni; le tante persone psicologicamente estroverse che, nonostante fossero riuscite a trovare un certo equilibrio con la loro dimensione introversa, hanno visto, sempre a causa del Covid, saltare l’equilibrio raggiunto perché in un certo senso il Covid ha spostato troppo il loro personale equilibrio sono una posizione eccessivamente introversa, rendendo così l’equilibrio generale una forzatura e non un qualcosa di naturale e in grado di soddisfare il complesso della loro personalità. Anche questo elenco non ha nessuna pretesa di esaustività, ma vale la pena dilungarsi su di esso per spendere qualche parola in più su queste richieste legate alla riattivazione di vecchie difficoltà perché sono avvertite come particolarmente frustranti da coloro che le pongono, in quanto è come se fossero accompagnate da un certo vissuto di fallimento personale. E ciò, se guardiamo con empatia, è piuttosto comprensibile. Credevano di aver risolto delle problematiche, di aver fatto tanto lavoro su di sé e sentono invece di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Sentono di trovarsi, come in un crudele gioco dell’oca, di nuovo alla casella di partenza. Tuttavia, anche se potrebbe sembrare così in un certo senso non lo é: in determinate situazioni è come se le persone si trovassero ad affrontare una difficoltà psicologica già conosciuta, ma ad un livello più elevato. E ciò non implica affatto che il lavoro psicologico precedente sia stato inutile o da cestinare, forse va solo integrato con una parte di lavoro in più. Chiusa quest’ultima considerazione, con un linguaggio maggiormente psicologico possiamo dire che è come se uno specifico punto critico della personalità, un complesso in termini junghiani, potesse riattivarsi/riaccendersi dinanzi ad un insieme di questioni poste dal Covid che si presentano con un livello di “giustificata” razionalità. Perché il Covid ha molte argomentazioni dalla sua parte, che in qualche modo vengono “usate” dal punto critico della personalità, ovvero dal complesso. Per esempio, la persona con tendenza evitante ha validi motivi per dire che con il Covid è bene starsene lontani dagli altri; oppure, sempre a mò di esempio, il lato avido della persona che non riesce ad essere contenuto dà altri tratti della personalità ha gioco facile nel poter fare le più fosche previsioni economiche che, sempre grazie al Covid, spingono così la persona stessa ad adottare un approccio avido verso quanto la circonda. E qualcosa di analogo accade anche nelle altre situazioni riattivate dal Covid, perché il Covid è come se arrivasse direttamente al complesso.

Perché dovrebbe essere così? Proviamo a capirne il perché. Un complesso può essere considerato una risposta automatica che origina da una rappresentazione psichica formatasi autonomamente, in seguito, non di rado, ad un pericolo, o meglio ad una situazione psicologica vissuta come tale, che ha dato il là a tutto questo processo che genera poi la risposta complessuale. E il Covid è un pericolo, suggerisce l’idea subdola che gli altri siano pericolosi, e non che sia il virus ad esserlo, perché sono gli altri ad essere contagiosi. Il necessario prolungato distanziamento sociale messo in atto per tutelare la salute, ad un cero punto si tramuta, o rischia di tramutarsi, in un distanziamento affettivo. Gli altri diventano appunto un pericolo, senza tra l’altro che sia possibile imputargli un qualcosa di specifico, ad personam.  Sono pericolosi a prescindere.

Sia nelle nuove richieste da Covid, sia in quelle che chiamano in causa vecchi elementi complessuali, a ben vedere, rintracciamo questo elemento del pericolo. Per l’adolescente sono pericolosi gli altri adolescenti, per il single gli altri single, per l’anziano lo sono un po`tutti, e via dicendo. Possiamo quindi ipotizzare come in alcuni casi questo pericolo chiamato Covid dia origine a nuovi complessi, mentre in altri “tocchi” quelli latenti sullo sfondo della psiche. E sapendo quanto possa essere destabilizzante l’azione dei complessi, nuovi o vecchi che siano, se lasciati a sé, possiamo immaginare che sia proprio questa capacità del Covid di andare a “svegliare” i complessi a spiegare il boom di nuove richieste di aiuto.

Ma ciò non deve far disperare, perché se il Covid ha questa potenzialità di andare a contattare direttamente i punti critici di ognuno, vuol dire che esso allo stesso tempo, oltre che a gettarci in una condizione di crisi, agisce come uno specchio radicale che ci “obbliga” a misurarci fino in fondo con qualche nostra intima paura. E nel momento in cui con coraggio cerchiamo di avvicinarci ad una nostra paura profonda qualcosa già incomincia a cambiare, perché il solo coraggio di entrare, per usare un’espressione di Jung, nel “regno della paura”, contiene in sé il germe di qualcosa di liberatorio. E da lì in poi potremo con ogni probabilità cominciare a pronunciare le parole che tante volte ci siamo ripetuti in questi mesi, “Andrà Tutto Bene”, senza che esse abbiano un sapore apotropaico e consolatorio, perché fondate ormai sulla fiduciosa consapevolezza che possiamo realmente farcela.

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