Empatia e Psicoterapia

Empatia e PsicoterapiaLa parola empatia deriva dal greco en-phatos, ovvero “sentire dentro”. Il termine veniva usato, soprattutto da Platone e Aristotele, per descrivere il processo di immedesimazione che l’esperienza artistica, in particolar modo quella teatrale, suscitava nello spettatore. Questi grandi filosofi notarono come durante la rappresentazione delle tragedie pubblico ed eroe tragico soffrivano insieme diventando un tutt’uno.

Il teatro greco era ritenuto dai greci catartico [1], ovvero liberatorio nel senso che permetteva una “purificazione” collettiva delle passioni dell’anima. Il termine empatia veniva quindi inteso da questa grande civiltà come un qualcosa di prossimo alla catarsi, e, nonostante attualmente i due ambiti – empatia e catarsi – paiano maggiormente distinti, va detto che esso ha conosciuto comunque un certo successo e un’ampia diffusione. Infatti tale sentire dentro, da noi inteso in maniera più estesa come “sentire dentro di sé quello che sente l’altro”, è arrivato in tutta tranquillità fino ai giorni nostri.

Anche perché tale soffrire insieme, tale sentire insieme, era ed è sempre stato un qualcosa di curativo che l’uomo ha conosciuto da sempre. Non a caso, negli ultimi decenni, tale aspetto di cura insito in alcune dinamiche relazionali non è sfuggito all’attenzione di coloro che si occupano di ricerca in psicoterapia, i quali hanno così cercato di capire come l’empatia, intesa quindi come calda forma di partecipazione emotiva, incida sulla bontà di differenti percorsi terapeutici. A tal riguardo, vari studi [2] sull’efficacia di diverse forme di psicoterapia hanno evidenziato come l’empatia sia un fattore terapeutico aspecifico, ovvero un elemento trasversale che prescinde dall’orientamento teorico e clinico del terapeuta, che costituisce una condizione basilare affinché i differenti percorsi terapeutici possano dare i loro frutti.

L’empatia, questo immedesimarsi nell’altro, questo calarsi nei suoi panni, o come direbbero nel mondo anglosassone “in your shoes”, sarebbe tuttavia assolutamente riduttivo ritenerlo una caratteristica esclusiva della relazione terapeuta-paziente, perché a ben vedere è presente in ogni relazione umana profonda e significativa: in amicizia, in amore, nel rapporto adulto – bambino, nei gruppi di pari, e via dicendo. Con una battuta, si potrebbe dire che senza empatia non saremmo noi, non saremmo esseri umani. L’empatia infatti contribuisce a soddisfare i bisogni di attaccamento, di intimità, di appartenenza, che attraversano le varie fasi e l’esistenza di ogni individuo. L’empatia, in sintesi, pare essere una caratteristica peculiare dell’uomo e la recente scoperta fatta da un gruppo di neuroscienziati italiani guidati da Giacomo Rizzolatti parebbe confermare tale ipotesi. Questo gruppo di ricercatori ha dimostrato che nel momento in cui assistiamo ad un’azione di un’altra persona anche in chi assiste si attiva lo stesso gruppo di neuroni che si attiverebbe se si compisse la stessa azione in prima persona. E ciò costituisce una prova di quanto siamo simili gli uni agli altri, o comunque in grado di poter capire gli altri. Da quest’angolazione i neuroni a specchio possono essere immaginati come il substrato organico dell’empatia.

Eppure l’empatia non sempre è presente, basti pensare ad alcuni disturbi psichici, come il narcisistico o il borderline nei quali la persona pare non riuscire a cogliere gli stati d’animo dell’altro, o in tante situazioni – liti – discussioni di coppia e di gruppo – che fanno parte del quotidiano, che nei casi più estremi riempiono la cronaca nera dei media, dove è evidente che l’empatia in qualche modo sia carente se non del tutto assente. Come è possibile allora che un qualcosa di naturale, o che viene immaginato come tale, sia così assente in tante circostanze? Una plausibile risposta potrebbe suonare più o meno così: l’empatia è un qualcosa che potenzialmente appartiene all’essere umano, ma va coltivata come un atteggiamento che necessita di maturare. Se torniamo per un attimo al teatro della Grecia Antica, è evidente che lo spettatore poteva immedesimarsi e purificarsi perché quella corda emotiva, quello stato d’animo, era ben presente in egli stesso. Così poteva facilmente rispecchiarsi e capire e vivere emotivamente le vicende messe in scena. Ciò implica che è facile essere empatici quando l’altro è uguale, o vive un’esperienza analoga, a noi, mentre è molto più difficile esserlo quando l’Altro è diverso, quando l’Altro è sentito lontano, straniero, estraneo e distante. In tali casi l’empatia, a ben vedere un’empatia che è meno prossima ad un processo catartico, necessita di essere coltivata con pazienza.

Chi si occupa di psicoterapia moltissime volte si trova dinanzi la radicale diversità dell’Altro, e un terapeuta se vuol realmente essere di aiuto deve riuscire a maturare un’empatia che sia raffinata, sottile, capace di vedere sfumature, in grado di cogliere l’essenza e l’unicità dell’altro senza ridurlo necessariamente a sé stesso e alle sue esperienze personali. Un’empatia, in sostanza, che sappia realmente comprendere e apprezzare la soggettività dell’altro.

Un atteggiamento del genere come si coltiva? In primo luogo con umiltà. Un terapeuta deve, o dovrebbe, evitare di credere di sapere in anticipo, di voler inserire l’Altro quasi per forza in un quadro diagnostico, di voler far quadrare quello che vede con una teoria psicologica a cui è legato. Carl Gustav Jung suggeriva ai futuri terapeuti di conoscere bene le teorie, ma di saperle poi anche mettere da parte considerando, per alcuni versi, ogni paziente un nuovo caso diverso da quelli avuti in precedenza. Un terapeuta dovrebbe, in un certo senso, coltivare l’atteggiamento socratico del sapere di non sapere. Solo così si può essere umili e aperti. A tal proposito, Carl Rogers, un altro grande psicoterapeuta che ha sempre sottolineato la necessità di coltivare un atteggiamento empatico da parte del terapeuta, ha parlato della necessità di un ascolto attivo e non giudicante. Per ascolto attivo si può intendere una modalità di ascolto in cui si cerca di decentrare la propria prospettiva per cogliere quella dell’altro. Un ascolto, detto con altre parole, che aiuti a guardare il mondo con gli occhi dell’altro. Un ascolto in cui ci si fa da parte, in cui ci si lascia sorprendere, in cui si lascia entrare l’altro, senza aver la fretta di incasellare e paragonare l’esperienza che ascoltiamo o ad una qualche esperienza personale che potrebbe essere simile, o ad esperienze analoghe raccontate da altri pazienti. Una forma di ascolto e di apertura basata, in sintesi, sul lasciare spazio e sul concedersi la possibilità di capire e comprendere il funzionamento dell’Altro.

Da quest’ultima angolazione la tipologia psicologica junghiana costituisce una validissima bussola per avvicinarci a comprendere il funzionamento differente e la diversità di cui l’altro è portatore. Riepilogando sinteticamente l’argomento possiamo dire che secondo Jung la coscienza di ogni individuo si orienta nel mondo prediligendo un modo di relazionarsi alla realtà esterna e alle scelte che ne conseguono, o attraverso un approccio psichico principalmente introverso, ovvero propenso a conferire un maggior peso ai fattori interiori, o per mezzo di un approccio principalmente estroverso, ovvero portato ad attribuire una maggior incidenza all’ambiente circostante. A queste due principali direzioni dell’energia psichica, introversione ed estroversione, bisogna aggiungere, sempre secondo Jung, l’evenienza che ognuna di queste due direzioni è come se disponesse di quattro porte, pensiero -sentimento- intuizione-sensazione, da cui può partire il processo conoscitivo di qualunque persona. Per essere più dettagliati, scrive Jung: “La sensazione ci dice che qualcosa esiste; il pensiero, grosso modo, ci dice di cosa si tratta; il sentimento ci dice se è piacevole o meno, se va accettato o rifiutato; l’intuizione è una percezione che passa per l’inconscio.” Ed ogni persona ha la sua naturale inclinazione a partire da una determinata angolazione anziché da un’altra. Da ciò ne consegue che il conoscere, quindi, è un conoscere inevitabilmente filtrato dalla propria soggettività che inevitabilmente parte da un punto e da premesse differenti che finiscono con il dare luogo a visioni della realtà e da conseguenti vissuti emotivi molto diversi da persona a persona.

Ogni atto conoscitivo e percettivo, detto in altro modo, è cioè il risultato dell’equilibrio esistente in un determinato momento tra introversione ed estroversione e tra le 4 funzioni di orientamento della coscienza. Se ci pensiamo bene, chiunque di noi può facilmente sperimentare come chiedendo a 10 persone il come hanno vissuto il medesimo evento potrà in tutta tranquillità trovarsi dinanzi a 10 risposte differenti perché è come se in ogni momento ognuno portasse sempre dietro sé stesso, la sua storia, e l’equilibrio tipologico di quel dato periodo. Ognuno è un mondo. Proprio per questo Jung si interessò tantissimo di tipologia. Egli non aveva nessuno intento classificatorio verso le persone, cosa lontanissima dalla sua forma mentis, era però interessato a trovare una bussola di partenza per orientarsi dentro la soggettività della conoscenza e dentro l’intrinseca contraddittorietà dell’uomo che è dotato di una base comune di funzionamento, l’insieme delle possibilità archetipiche percettive con cui si arriva al mondo, che paradossalmente tuttavia genera individui tutti diversi l’uno dall’altro.

E ogni empatia matura e raffinata non può non confrontarsi con la paradossale constatazione che siamo contemporaneamente tutti uguali e diversi l’uno dall’altro. Un’empatia umile, e propria per questo saggia e proficua, non può cioè mai permettersi di perdere di vista la circostanza che l’altro per alcuni aspetti è veramente Altro.

[1] E’ stato Aristotele a ricorrere a tale aggettivo per raccontare l’esperienza teatrale nell’Antica Grecia.

[2] Una rassegna piuttosto ampia in materia è possibile trovarla in Luborsky (1984) oppure in Migone (1996).

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