L’Attualità di un Approccio Psicologico del Profondo

attualita-di-un-approccio-psicologico-del-profondoNel corso della sua ormai più che centenaria storia, la psicoanalisi è stato spesso oggetto di critiche per il suo essere valutata da alcuni come poco scientifica. Uno dei maggiori critici di Freud, fondatore della disciplina, è stato il filosofo di origine austriaca Karl Popper. Secondo questo studioso un’ipotesi scientifica è tale solo se è falsificabile. Ed una qualunque ipotesi, o un insieme di ipotesi che costituiscono una teoria, per essere falsificabile deve in primo luogo poter essere ripetibile, ovvero sia deve poter porre un altro sperimentatore in condizione di riproporre la stessa situazione sperimentale. Essendo un percorso di psicoanalisi, in primis, un incontro tra due essere umani, con due specifiche personalità, si porta con se un carattere di unicità. Detto in altre parole, una relazione tra due persone non può essere ripetibile e misurabile attraverso l’incontro di altri due essere umani, e difettando di tale pre-requisito, secondo Popper, le ipotesi eziopatogenetiche della psicoanalisi non possono essere sottoposte a verifica empirica.
Puntualmente la critica di Popper viene riproposta in nuove circostanze: nel periodo tra l’inverno e la primavera del 2012, in ambiente medico di lingua inglese, con echi anche nel nostro paese, si é svolto un ampio dibattito (consultabile sul  “British Medical Journal”) molto critico nei confronti della psicoanalisi rispetto all’autismo, proprio perché quest’ultima non forniva un protocollo tecnico da seguire, verrebbe da aggiungere da qualunque operatore, rispetto a questa sindrome. Tralasciando la questione specifica autismo-psicoanalisi, è interessante notare come la critica di Popper, e le altre osservazioni critiche di natura popperiana, sviluppino delle argomentazioni molto valide, ma che partono da una premessa più che discutibile: viene valutata la psicoanalisi annoverandola tra le scienze della natura, mentre pare più opportuno collocarla tra le scienze umane. Seguendo la distinzione proposta da Dilthey in ambito filosofico e da Weber in ambito sociologico, possiamo dire che le scienze della natura spiegano, mentre quelle umane comprendono. Per cogliere meglio questa distinzione, e per applicarla alla psicoanalisi, si rifletta un attimo sul concetto di cura tipico delle scienze della natura e sul conseguente modello medico, e su come tale concetto di cura sia difficilmente adattabile alla psicoanalisi. Il modello medico punta alla guarigione, e poiché le funzioni organiche sono quantificabili attraverso parametri, la medicina cerca di misurare la guarigione. Da questa prospettiva guarire significa spiegare l’origine di un disturbo, e di tornare, attraverso la somministrazione della cura, alla condizione precedente. Allo status precedente. In medicina un organo si considera guarito quando riacquista la sua funzionalità. In ambito psicoanalitico la “cura” non consiste nel tornare ad uno stato precendente, anzi, all’opposto, coincide con un’evoluzione. Con l’aver compreso qualcosa di emergente, assente nello stato precedente. E proprio in quanto nuovo, e in precedenza assente, intrinsecamente poco spiegabile. Si prenda per esempio, una delle situazioni tipiche che si ha modo di incontrare in una stanza di analisi: quella di un giovane adulto che, considerato il senso di insicurezza trasmessogli dall’attuale panorama economico-sociale, è piuttosto angosciato dal lavoro, dal distacco dalla famiglia, dalla vita sentimentale, in sintesi dal futuro. Molto probabilmente un valido percorso analitico accompagnerà questo paziente a conoscere meglio le sue capacità, i suoi limiti, a trovare un modo soddisfacente per coniugare mondo interno e realtà esterna. In breve, lo dovrebbe facilitare nel comprendere e nel fronteggiare compiutamente la complessità, propria ed esterna, della nuova fase esistenziale. Il fatto che la psicoanalisi restituisca ad una persona le sue varie sfaccettature, le risorse, i limiti, le parti nobili e meno nobili, ha un valore enorme e poco quantificabile. A tal proposito si rifletta un momento su come il fatto che la nostra società sia dominata dalla tecnica, dalla tecnologia, e da un sapere tendenzialmente specialistico, influenzi i processi psichici intrapsichici e interpersonali. Naturalmente la tecnica e un sapere specialistico consentono cose nei decenni passati neanche lontanamente immaginabili, quindi non è intenzione demonizzare tutto ciò, tuttavia esercitano un certo ruolo rispetto al nostro modo di vivere e di percepire il tempo e lo spazio. Le macchine “abbreviano” lo spazio: per esempio, ci si può muovere tra un luogo ed un altro molto rapidamente. Ciò comprime anche il tempo. Non solo la macchina sportiva, anche un forno a microonde, o un computer, velocizzano tutto. Questa velocità, questa corsa a fare tutto, genera ansia. Il sapere specialistico, portato alle sue estreme conseguenze, robotizza l’uomo. Il sapere specialistico promuove il mito dell’efficienza, ed il rischio è che nel suo rapporto con tecnologia e sapere settoriale l’uomo dimentichi di essere tale. La psicoanalisi, per usare un’espressione di Luigi Zoja (2009), pare essere “l’umanesimo” del XXI secolo; per esempio, nota l’autore, rispetta il tempo per quello che é. Non accelera un processo psichico, lo lascia crescere e maturare secondo i suoi ritmi e non in base ai dettami della tecnica. Per esempio, se la tecnologia ha dato l’opportunità di avere un numero molto più ampio di relazioni amicali e sentimentali, ciò non implica che il cuore umano possa essere pronto a seguire questi ritmi. Non a caso l’eminente sociologo Baumann ha definito la nostra società “liquida”, ed inevitabilmente tale liquidità si riflette anche sui rapporti interpersonali. Significativamente, quando tramite cellulare o computer si entra in contatto con un amico, la prima domanda spesso non è più “Come stai?” ma “Dove sei?”. In un certo senso, é come se il valore dell’analisi consistesse nel recuperare questo “Come stai” in relazione a se stessi e agli altri. Ciò pare essere ancor più vero per la psicologia analitica di Carl Gustav Jung. Il grande studioso svizzero, nel corso del suo decennale lavoro, ha spesso rimarcato il concetto di totalità. Ha descritto l’uomo come un insieme di elementi, quali introversione-estroversione, maschile-femminile, coscienza-inconscio, che meritano tutti di essere attentamente considerati al fine di raggiungere un equilibrio psichico in grado di esprimere il proprio potenziale e vissuto come soddisfacente. Per Jung, l’uomo dovrebbe puntare ad una completezza, non ad una perfezione settoriale spesso sterile psicologicamente parlando. Per ricorrere ad un termine tipicamente junghiano, l’uomo non dovrebbe essere eccessivamente unilaterale. E questo elemento, l’unilateralità, sembra essere ancora più presente oggi che agli albori della psicoanalisi. Per tale ragione questa disciplina, questo andare nel profondo, è più attuale che mai, perché aiuta l’uomo a conoscere, o a riconoscere, se stesso nella maniera più ampia possibile.

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