Vicinanza e Distanza tra Padre e Figlia

Vicinanza e Distanza tra Padre e Figlia“Il padre è la prima esperienza che una donna ha del maschile. Il padre da un modello importante per il modo in cui la figlia si metterà in rapporto con gli uomini e con il proprio aspetto maschile interiore.”  Con  queste parole Linda Leonard (1985, pag. 87) spiega con lucida consapevolezza il perché abbia incentrato molte delle sue energie e attenzioni di studiosa di psicologia del profondo sul rapporto che intercorre tra padre e figlia. In suo lavoro davvero pregno di stimoli e riflessioni, “La Donna Ferita”, l’autrice descrive un’ampia fenomenologia di fallimenti e ferite che una donna può trovarsi a vivere con la figura paterna. Un padre potrebbe rivelarsi troppo rigido e autoritario e/o distante emotivamente, fonte di vergogna per suoi possibili comportamenti legati ad alcool – droghe e violenza, potrebbe essere assente perché scappato via o perché defunto, potrebbe essere un eterno fanciullo incapace di costituire una fonte di guida e stabilità per la figlia, oppure ancora essere così attaccato alla figlia dal non lasciarla crescere, o in ultimo incapace di rapportarsi all’altra figura genitoriale presente in casa, ovvero la madre. Tutte evenienze che secondo la Leonard possono innescare un vulnus nella donna rispetto alla visione che ha di se stessa e nelle sue relazioni con il maschile interno ed esterno. Ferite psichiche, per rimanere aderenti al linguaggio dell’autrice, che meritano le dovute accortezze.

Se osserviamo e riflettiamo attentamente su quanto raccontato e tante volte incontrato dalla Leonard nella sua, e anche nostra, prassi clinica con donne adulte, possiamo notare come la relazione padre-figlia possa essere descritta in termini di vicinanza-distanza. In poche parole, ogni relazione padre-figlia possiamo immaginare di collocarla su un ipotetico continuum di vicinanza – distanza, che ne costituiscono i due estremi opposti, capace di informarci sulla natura e sulla qualità della relazione stessa. Pensiamo per esempio ad un padre troppo rigido moralmente, attento a “trasmettere” l’importanza della carriera e del successo, che rischia di bloccare, o quantomeno di non facilitare, il possibile spirito di apertura alla vita della figlia attraverso i suoi richiami e le sue possibili disapprovazioni. Rischierebbe, paradossalmente, di schiacciarla eccessivamente con i suoi valori, finendo con il trasformare degli ideali in uno sterile perfezionismo che toglie gioia alla vita. Probabilmente perché tale padre, ponendosi per così dire troppo in alto e troppo con l’aurea di certezza di chi già sa e conosce, finirebbe con il correre il rischio di non “vedere” la figlia perché troppo lontano da ella. Adesso, all’opposto, pensiamo a come un padre che tenda a porsi più come un compagno di giochi che non come un educatore, più come un amico e confidente che non come una guida, incapace di vivere senza la presenza costante della figlia, possa esserle in realtà troppo vicino. Da un punto di vista visivo, sul nostro continuum potremmo andare a collocare il primo padre nei pressi del polo “distanza”, il secondo sul versante opposto della “vicinanza”, ed in entrambi i casi potremmo cogliere come talune difficoltà incontrate nel rapporto padre –figlia possano essere dovute all’assenza di una “giusta distanza” relazionale.

In questo breve articolo è nostra intenzione rivolgerci esclusivamente al contributo che può fornire il padre, tralasciando volutamente il cosa potrebbe fare la figlia in proposito, rispetto al trovare la “giusta distanza” all’interno di questa importante e delicata relazione padre-figlia. Va da sé, in base a quanto detto sino a questo momento, che tale “giusta distanza” coincida, tornando al nostro immaginario continuum, con il tentativo paterno di stabilirsi in una posizione intermedia tra vicinanza e distanza. Non così vicino, da impedire alla figlia di andare per la sua strada, non così lontano dal non farla sentire apprezzata ed amata. Può sembrare un ossimoro, ma è come se un padre dovesse porsi ad una distanza che gli permetta di lasciare andare la figlia, ma che contemporaneamente possa aiutarlo nel trasmetterle la sua presenza. E’ come se la figlia dovesse sapere di poter andare, e allo stesso tempo essere certa di un eros paterno nei suoi riguardi. Tuttavia, per un padre, lasciare andare con eros non è mai semplice. Proviamo a vederne un paio di ragioni [1], tra di esse ben collegate. In primo luogo questo lasciar andare con un occhio amorevole implica la possibilità per la figura paterna di lasciar sbagliare la figlia. Per esempio in adolescenza, fase tipica in cui una ragazza inizia a mostrare interessi fino ad allora estranei o anche diversi dall’humus familiare e paterno. Interessi e atteggiamenti nuovi coltivati, magari anche in maniera maldestra, come spesso capita a chiunque con ciò che è nuovo, e che un padre, anche volendo con valide ragioni, può essere portato a stroncare sul nascere. Mostrando tuttavia così poca fiducia sulle possibilità psichiche in statu nascendi della figlia. Lasciar sbagliare contiene in sé un saper essere silenzioso, ma non assente; un saper essere comprensivo e non giudicante. Tutti ingredienti che contribuiscono a realizzare la “giusta distanza” di cui parlavamo prima e che chiamano in causa la seconda ragione a cui accennavamo poc’anzi, e cioè la necessità da parte della figura paterna di sacrificare il suo potere di definizione rispetto a ciò che caratterizza l’essenza di ciò che chiamiamo “femminile”. Storicamente l’uomo ha sempre trovato egli un posto ed una definizione per la donna, riducendola sostanzialmente a “questo o quest’altro” [2]. Per un padre rispettare il femminile vuole anche dire rinunciare a questo suo potere di definizione, lasciando a sua figlia la possibilità di sentire se stessa, i suoi bisogni, e lo spazio e il tempo necessario per trovare le parole e le forme per esprimere la sua personale essenza di donna. Rinuncia, di cui si sostanzia la “giusta distanza”, che contiene in sé richiede un autentico gesto di amore, perché lascia alla figlia la possibilità di essere pienamente se stessa e di essere al contempo accettata e amata semplicemente per quello che è.

[1] Naturalmente l’indicare un paio di ragioni non implica assolutamente che con ciò si intenda che non possano essercene anche altre, ma in tale breve scritto paiono quelle più opportune su cui soffermarsi.

[2] Per un’esauriente rassegna del ruolo della donna nei secoli si può consultare il documentatissimo volume di Eva Cantarella “L’Ambiguo Malanno” (2010)

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