Social e Solitudine

Social e SolitudinePrima dell’inizio del periodo che gli addetti ai lavori definiscono Internet 2.0, ovvero il periodo iniziato nel 2004 con la nascita del primo social network, cioè Facebook, basato sulla condivisone – interazione tra utenti, Internet veniva usato principalmente per approfondire, studiare, fare ricerche, in una maniera non così dissimile dalla vecchia enciclopedia cartacea. Dal 2004 in poi, invece, l’uso di internet più in relazione ai social network che ad altro è stato via via più evidente. Senza dilungarsi troppo su ciò, basti pensare che dopo l’avvento di Facebook sono nati in ordine cronologico, limitandoci solo a i più diffusi, prima YouTube nel 2005, poi Twitter nel 2006, poi WhatsApp nel 2009, dopo Instagram nel 2010, dopo ancora Telegram nel 2013, e infine TikTok nel 2016.

I social, in poche parole, costituiscono il quotidiano di quasi tutte le persone, in particolar modo tra le generazioni più recenti. Giusto per argomentare con un numero-fotografia, secondo il portale di settore Net-Strategy gli utenti dei social nel mondo, ad oggi, sono 3,8 miliardi di persone e rappresentano il 49% della popolazione mondiale. Se ci limitassimo solo ai millennials occidentali, la percentuale raggiungerebbe il 90%. Del resto, al di là dei numeri, è quasi lampante che le generazioni più giovani, si pensi per un attimo ai tantissimi adolescenti che hanno l’abitudine di camminare con lo smartphone in mano, considerino i social network alla stregua di un qualcosa che fa semplicemente parte della loro vita e della realtà.

Un cambiamento così diffuso, oltre che così epocale, nei modi e nei costumi quotidiani, ha portato gli studiosi di psicologia e sociologia a cercare di indagare, capire e spiegare, il successo dei social. La risposta più plausibile la troviamo nel fatto che i social network per alcuni versi possono facilitare la possibilità di soddisfare alcuni dei bisogni della nota scala di Maslow, quali i bisogni di appartenenza, di autostima, di autorealizzazione. Per esempio, se pensiamo al bisogno di appartenenza, alla necessità di coltivare le radici, grazie ai social una persona può continuare a rimanere in contatto con familiari e figure significative che sono lontane o all’estero senza alcuna difficoltà. Se pensiamo all’appartenenza come alla necessità del far parte di gruppi che condividono un interesse specifico, sia esso l’arte, la politica, la religione, lo sport, notiamo con facilità come anche in questo caso i social offrano delle possibilità quasi illimitate rispetto alla sola città geografica dove si risiede, anche nel caso in cui si tratti di una grande città. Considerazioni analoghe possono estendersi ai bisogni di stima e di autorealizzazione. Una persona creativa, per esempio, può promuovere sé stessa, farsi conoscere, esporre i suoi prodotti, con poche foto gratuite pubblicate su uno o più social senza che le sia richiesto nessuno sforzo organizzativo particolare. E volendo chiunque, inteso come professionista, come azienda, come singolo cittadino, anche per soli scopi commerciali e lavorativi, può fare ciò e avvicinarsi maggiormente a realizzare le sue idee.

In un certo senso, quindi, i social network aumentano la possibilità che alcuni bisogni fondamentali dell’uomo, come quelli indicati da Maslow, possano trovare una risposta soddisfacente che senza il loro utilizzo risulterebbe più complicata da raggiungere. E fin qui l’uomo ripropone l’utilizzo che da sempre, da fin quando era nelle caverne, ha fatto della tecnologia, cioè un uso di convenienza, un uso che in qualche modo gli faciliti e renda migliore l’esistenza. Che poi l’uomo ne faccia talvolta un uso negativo, basti pensare a come il bisogno di partecipazione talvolta si realizzi come un partecipare come haters o al fatto che il bisogno di auto-realizzazione possa tramutarsi nel bisogno di mettere in scena, perché in effetti i social possono costituire anche un enorme palcoscenico, il proprio sfrenato narcisismo, è un altro discorso perché lo strumento rimane comunque neutro, ma a cambiare è il modo in cui è utilizzato dall’uomo. Ma lo strumento in sé, da questo punto di osservazione, rimane neutro.

Tuttavia, purtroppo verrebbe da dire, il discorso è più complesso perché i social network, visti da un’altra angolazione, perdono la loro neutralità e possono andare ad incidere sul modo che l’uomo ha di esperire alcuni suoi vissuti psicologici. Marshall Mcluhan, filosofo e sociologo canadese quasi visionario, dimostrò già diversi decenni orsono il mezzo influenzi decisamente la comunicazione. Tenendo a mente ciò, ripensiamo a come è nato Facebook. Il 28 ottobre 2003 il diciannovenne studente di Harvard Mark Zuckerberg diede vita a Facemash. L’idea originaria di Zuckerberg era quella di creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college in modo che potessero rimanere in contatto anche oltre l’università, un’idea quindi legata, se si vuole, al coltivare l’amicizia. Nelle prime ore di vita Facemash registrò un incredibile boom e in poche ore furono visualizzate più di 22.000 fotografie e tantissimi visitatori sì registrarono. Tutto ciò mandò in tilt i server dell’università e il sito venne subito chiuso, ma da lì Mark Zuckerberg, accusato anche di violazione della privacy per il suo accesso nella rete protetta del college, lasciò l’università e in pochi mesi fece nascere la piattaforma Facebook che conobbe, come noto, un successo planetario. Riproponendo questa idea di legame da conservare, insistendo sull’amicizia. E qui arriviamo al come il mezzo influenzi la comunicazione, e quindi anche le relazioni. Sui social network, Facebook in primis, si possono avere migliaia di amicizie e ciò può rendere le relazioni, come per esempio ha osservato il grande sociologo Zygmunt Bauman, liquide. Cioè veloci e fluide, dove gli aspetti più caldi e intimi, realmente intimi, vengono tagliati fuori. Tali osservazioni di Baumann, hanno trovato conferma anche in un recente studio di Berger, pubblicato su Psychological Science, che mostra chiaramente come notizie e informazioni personali legate a tristezza e paura vengano condivise molto meno rispetto a notizie allegre e spensierate. Banalmente, un’amicizia richiede tempo, e in particolare i momenti delicati richiedono tempo, se se ne hanno centinaia come è possibile coltivarle?

Chiunque faccia un giro sui social, può imbattersi in centinaia di persone sorridenti, in foto da modella, in ristoranti dai piatti lussuosi, in paesaggi mozzafiato, in cene in compagnia, in crasse risate, in fiumi di battute, come se esistessero solo la felicità e lo star bene. Nel lavoro clinico in seduta, invece, tantissime persone raccontano di sentirsi sole perché è come se fossero le uniche a vivere momenti difficili rispetto a tutti gli altri che paiono sempre in un certo modo. E per questo si sentono invidiose di tanta gioia, e un pochino anche sbagliate a causa del solo pensare certe cose, e in colpa per essere così complicate e difficili. Certo qualche volta si dicono, ci diciamo, che non è possibile che gli altri siano sempre così felici, però dopo essere incalzati da tante immagini di un certo tipo finiscono, un po’ quasi come in un romanzo di Orwell, con il credere che la realtà sia semplicemente quella. E siccome allora l’amicizia è una continua allegra condivisione, e qui si vede tutto l’impatto dei social, essere tristi è un peso e naturalmente non si vuole pesare sugli altri. In un circolo vizioso che rende la persona sempre più sola, più triste e incompresa, perché qualcosa di personale, di negativo, di difficile, è un qualcosa che pare riguardare solo il diretto o la diretta interessata che agli altri non interessa.

Più forte è la luce, più si vede solo l’aspetto luminoso di un fenomeno, più il Buio e l’Ombra diventano oscuri, era solito ammonire Carl Gustav Jung. In questa idea, racchiusa qui in maniera sintetica da questa frase, riscontriamo tutto il paradosso dei social: qualcosa che nasce per unire e connettere agli altri rischia, per il suo concentrarsi solo su alcuni aspetti luminosi del quotidiano, di favorire un maggiore isolamento emotivo.

Cosa si può fare dinanzi a questa paradossale solitudine da social? Ad una domanda così complessa si può immaginare una risposta che si articoli su diversi piani che non si escludono affatto a vicenda. Ad un livello più di sistema e meno personale, nel senso che è quasi un discorso sociologico, sarebbe auspicabile un uso diverso dei social che non contempli i mezzi stessi o solo come i luoghi dove pubblicare qualunque cosa pur di esistere, si pensi ad Instagram da questo punto di vista dove qualunque momento diventa storia, o solo come spazi dove è necessario apparire in un certo modo seguendo una forzata frivolezza e allegria, o ancora come occasioni per misurare il proprio consenso e gradimento personale attraverso il numero di likes ottenuti. E già forse il già parlare di ciò, a scuola, a casa, in momenti di dibattito, può essere di aiuto, soprattutto per i più giovani, perché per essi da quando sono nati ha sempre funzionato così. Cioè da quando sono al mondo hanno avuto modo di vedere e di sperimentare solo tale modo di stare al mondo, ed hanno proprio bisogno che gli adulti agiscano come uno specchio che sia in grado sia di mostrare un utilizzo dei social più consapevole, sia di far intravedere più in generale che esistono altre possibilità relazionali ed esistenziali.

Da una prospettiva meno sistemica, e che a ben vedere si collega alla necessità di coltivare altre possibilità relazionali di cui parlavamo poc’anzi, la paradossale solitudine da social si affronta lasciando più spazio ad ore di amicizia più tradizionali: vedersi dal vivo, parlare di persona, raccontare di sé qualcosa di privato, chiedere “come va?”, bere qualcosa insieme con calma, fare una camminata insieme senza fretta, costituiscono momenti che di per sé sprigionano un calore umano che aiutano ad uscire da un certo senso di solitudine perché si sperimenta che l’Altro, per quanto Altro, è un essere umano in carne e ossa, con i suoi comprensibilissimi alti e bassi, e non solo quella persona eternamente sorridente e felice e priva di problemi che si vede sui social.

Da una prospettiva ancora più intima e personale, la solitudine da social, ma anche la solitudine più in generale, può essere fronteggiata concedendosi la possibilità di rimanere temporaneamente soli per ascoltare, lasciando agire dentro di sé, quell’esperienze artistiche e di introversione dell’umanità che siano in grado di parlare e di toccare l’animo ferito di chi si sente solo. Nel caso della solitudine, ciò può accadere con quelle esperienze filmiche in cui la persona sola si rivede in una storia che sappia comunicare qualcosa ai suoi nuclei psichici più delicati del momento, che con ogni probabilità la solitudine stessa ha attivato o riattivato. Può accadere con quella musica che riesce a sintonizzarsi sull’umore della persona sola, cullandola così in un abbraccio difficilmente raccontabile tramite le parole. Può accadere con quell’arte capace di far vedere la forza trainante della bellezza che anche nei momenti più critici concede la spinta per volare alto. Può accadere stando a contatto con il silenzio della natura che talvolta, se accolto svuotando la mente da altri pensieri, riesce a trasmettere proprio l’esperienza, come diceva Paolo di Tarso, che “niente è senza voce”. Può accadere con quegli incontri casuali ma pregnanti che si fanno negli ambienti naturali che danno proprio la sensazione che siamo tutti sulla stessa barca. Può accadere qualche volta con la psicoterapia che talvolta facilita l’apprendere che non si è mai del tutto soli perché in ogni caso si è in compagnia della nostra polifonia interiore di voci.

Tutti modi e possibilità, qui in questo articolo appena accennati, che aiutano un po’ a cogliere che lo star ben, godendo della propria compagnia e o di quella altrui, non coincide poi così tanto con quanto si vede sui social e proprio per questo ne stemperano la paradossale solitudine che possono contribuire a generare nei momenti difficili della vita.

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