Setting e Psicoterapia del Profondo

In ambito psicoterapeutico si usa spesso il termine “setting” per indicare quel complesso di fattori spaziali e temporali che vanno a definire le “regole del gioco” entro le quali avverrà l’incontro terapeutico. Durante le prime sedute di un percorso psicoterapeutico, il terapeuta e il paziente tenderanno difatti a strutturare il setting dei loro incontri: ovvero viene stabilito l’orario settimanale nel quale vedersi, la frequenza delle sedute, l’onorario, e l’impegno reciproco a rispettare un insieme di regole, quali per esempio quella di evitare di vedersi al di fuori dello spazio terapeutico o quella legata al mantenere la relazione sempre entro il confine professionale, che se non rispettate potrebbero andare ad inficiare il senso stesso della relazione terapeutica. Non a caso il termine setting deriva dal verbo inglese “to set” che significa delimitare, racchiudere, disporre. In un certo senso costituisce quindi la cornice dell’incontro terapeutico, anche se ritenerlo soltanto tale sarebbe assolutamente riduttivo.

Nelle varie anime della psicologia, il setting, non è infatti considerato una semplice cornice, bensì un qualcosa, sia pure in maniera diversa a seconda dell’orientamento teorico, di pensabile come uno strumento terapeutico a tutti gli effetti. Pensiamo per un attimo a come in genere viene sistemata la stanza terapeutica: i terapeuti comportamentisti – cognitivisti tendono a prediligere l’uso della scrivania, ad usarla come un medium tra paziente e terapeuta e ad avere una stanza non eccessivamente diversa da quella che potrebbe avere un medico; gli psicologi più vicini alle terapie del profondo evitano in genere il colloquio tramite scrivania e preferiscono generalmente un ambiente con luci più soffuse, calde, e con divani e poltrone piuttosto comode. E’ come se questi ambienti volessero comunicare qualcosa di diverso sulla terapia e sulla relazione stessa paziente-terapeuta. Nel primo caso l’ambiente è come se volesse sottolineare la presenza di una relazione medica, dove c’è un esperto che si concentra sui sintomi di chi è dall’altra parte; nel secondo caso il setting è immaginato come quel luogo dove l’ambiente, grazie all’atmosfera anche empatica e accogliente che in esso si respira, può favorire l’emersione e la focalizzazione sul mondo interno del paziente, proprio perché le terapie del profondo partono dal presupposto che i sintomi di disagio che la persona riferisce non possono non essere collegati con la personalità più ampia e globale dell’individuo che siede dinanzi. In ambito junghiano, per esempio, il setting è talvolta pensato come un temenos, un “recinto sacro”, che attiva un qualcosa nella psiche di chi è all’interno di questo spazio. Per cogliere meglio questo modo di intendere il setting, che a prima vista potrebbe sembrare un pochino astruso, possiamo fermarci un secondo a riflettere su quanto accade all’interno di un cinema o di una Chiesa. Se al cinema ci fossero le luci accese durante la proiezione, ciò non avrebbe nessun effetto sulla visione e sul modo di godere del film? Se in Chiesa non ci fosse un certo tipo di musica gregoriana, o non ci fosse il giusto silenzio, ciò non avrebbe un certo effetto negativo sulla possibilità di entrare in contatto con la propria dimensione spirituale? Sono domande retoriche, che non richiedono risposte elaborate, però ci permettono di intuire come anche il setting nelle terapie del profondo possa svolgere un ruolo rispetto al far emergere contenuti psichici.

Il setting tuttavia, a prescindere dall’orientamento terapeutico, non sempre può essere così ben organizzato e tutelato. Pensiamo per esempio alle psicoterapie che si svolgono in ambito pubblico, dove spesso un professionista è costretto a cambiare stanza e raramente è in grado di offrire in maniera puntuale lo stesso spazio orario o di garantire la semplice possibilità che durante l’ora di consultazione nessuno busserà alla porta. Oppure, anche senza ricorrere ad esempi forti come quello poc’anzi citato, anche in ambito privato non sempre sussistono le condizioni ideali di setting. Si va dal dover cambiare frequentemente l’orario e il giorno della seduta, per via dei comprensibili impegni quotidiani del paziente o talvolta del terapeuta, al fatto che ci sono inevitabili assenze e disdette, per giungere a possibilità remote, ma non impossibili, che possono essere legate al “rumore” che possono produrre lavori in corso nel condominio dove è ubicato lo studio, o al fatto che in una piccola città non è detto che non si veda di sfuggita il proprio paziente, magari al supermercato o ad un evento pubblico. Cosa accade in queste occasioni in cui il setting è un pochino traballante in maniera più o meno vistosa? Inizia a fare la differenza quello che può essere definito il setting interno dell’analista, ovvero quella predisposizione verso un ascolto non preconfezionato, verso il poter accingere, senza lasciarsene ingabbiare, dalle esperienze precedenti, verso l’accogliere l’altro, verso l’impegnarsi costantemente e umilmente nel tentativo di comprendere realmente ciò che si ha dinanzi. Attualmente a studio si può osservare come il setting esterno venga spesso inevitabilmente meno: condizioni economiche precarie, turni lavorativi non regolari, continui viaggi lavorativi e non, talvolta difficili condizioni di salute, una vita che in genere pare andare di fretta, incidono sul setting esterno e ciò induce il terapeuta a conservare ancora e più dei decenni passati, nella maniera migliore possibile, il setting interno. Oggigiorno la fretta, che pare un pochino aver contagiato tutti noi, pare nemica della necessaria pazienza per comprendere. La velocità generale della società, pare aver “toccato” il setting esterno e in senso più lato le psicoterapie. I pazienti, comprensibilmente direi, si aspettano risultati immediati; e molte psicoterapie paiono colludere o alimentare fantasie in tal senso. E ciò non aiuta né il paziente, né la fama della psicoterapia in genere. Buoni risultati richiedono un lavoro serio, profondo, e che non punti su miracolose 4 o 5 sedute risolutive. Carl Gustav Jung in “La Psicologia della Traslazione” scrive che al terapeuta è richiesta “infinita pazienza” [1] al fine di una comprensione di quanto accade al paziente, ed in particolare dei suoi contenuti inconsci. Ci vuole tempo affinché vengano fuori, e la persona deve avere tutto il tempo di far maturare le sue verità e i suoi spunti psichici. Banalmente, anche perché le difficolta psicologiche, per essere superate, richiedono l’arrivare ad un equilibrio in precedenza sconosciuto e non un tornare ad una vecchia condizione precedente che con ogni probabilità costituisce la matrice del malessere contemporaneo. Tale nuovo equilibrio deve tuttavia essere costruito, non è un qualcosa di già dato, per questo richiede del tempo. Non un’eternità naturalmente, quantomeno però un tempo che permetta un’evoluzione psichica a misura d’uomo.

Tutto ciò rimanda il terapeuta alla necessità di coltivare un certo rapporto con il tempo, o meglio con un tempo di qualità, nel quale ci si possa concedere anche la possibilità di procedere con la dovuta calma e lentezza. Una buona relazione con il tempo permette al terapeuta di conservare il suo setting interno, la sua capacità di ascoltare e accogliere con umiltà anche in condizioni esterne difficili. Per capire l’importanza che possono avere la giusta calma e lentezza, o forse sarebbe più corretto parlare di non velocità, rispetto al mantenere un buon setting interno verso la terapia, sia permesso il ricorso ad una piccola metafora per spiegare un aspetto essenziale del percorso analitico: la psicoterapia del profondo è come se fosse un camminare a piedi. Se ci si sposta dal punto A al punto B a piedi anziché in macchina, si potrà obiettare che si è perso solo tempo. A piedi certamente si impiega più tempo cronometrico, ma a ben vedere si tratta di un tempo guadagnato. Mentre con la macchina non si può che essere concentrati solo sulla guida, a piedi si respira l’atmosfera, si può osservare un albero, il volto di una persona, volare con la fantasia o avere lampi di intuizioni. Camminare, in sostanza, permette di vedere tante cose che in macchina vengono semplicemente ignorate. Camminare, potremmo dire, dilata l’esperienza. In un certo senso, la psicoterapia, ponendosi lo scopo di ampliare la consapevolezza di sé, agisce in maniera simile proprio nel momento in cui riesce a contemplare come un aspetto fondante del setting stesso della terapia la possibilità di procedere con una velocità e un ritmo che tenga conto dell’umanità dell’altra persona.

Se così facendo il setting interno, al pari di quello esterno, può essere considerato un facilitatore dei processi psichici, capiamo facilmente come il terapeuta non possa non coltivare un certo modo di intendere il suo rapporto con il tempo psichico: in tal modo il suo setting interno, la sua predisposizione temporale verso la terapia, diviene quel prezioso strumento che può permettere al paziente di esperire il tempo della terapia come un tempo vissuto e pieno, ovvero un qualcosa realmente fonte di apprendimento personale, e non come un tempo di passaggio consumato e dimenticato in fretta.

[1] Indica anche altre qualità tra cui la necessità di essere umili, di coltivare il proprio sapere, di essere disposto a lasciarsi contagiare dalla sofferenza del paziente, e via dicendo. Ai fini di tale articolo pare importante soffermarsi principalmente sulla pazienza.

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