Linguaggio e Psicoterapia

Linguaggio e Psicoterapia Il linguaggio è probabilmente la caratteristica specie-specifica per eccellenza dell’uomo. Certamente anche gli altri animali comunicano attraverso suoni, versi, odori, rituali, segnali, nessuno di essi tuttavia dispone di un linguaggio paragonabile a quello umano. Un bambino di 5 anni, in media, padroneggia piuttosto bene la sua lingua madre ed è perfettamente in grado di dialogare con gli altri.

Tutto ciò fa supporre che il linguaggio, come ben si vede nella teoria del linguista Noam Chomsky, sia un qualcosa di innato nell’uomo, ovvero un qualcosa per cui il nostro sistema nervoso è già predisposto. Naturalmente questa predisposizione ha bisogno di essere coltivata ed è legata alle esperienze specifiche di un certo contesto sociale, e difatti un bambino italiano impara l’italiano, uno francese il francese e così via, ma va sottolineato che senza questa predisposizione non potremmo apprendere una lingua e di conseguenza parlare.

Gli antropologi e gli studiosi del nostro antenato primitivo ritengono che il linguaggio si sia sviluppato perché gli ominidi avevano sia la necessità di comunicare tra di essi, sia l’impellenza di descrivere la loro relazione con gli oggetti e con il mondo. Proprio per questo si sono evoluti, e di pari passi con tale evoluzione è cambiato anche il sistema nervoso centrale divenendo più simile a quello dell’uomo così come lo conosciamo oggi. Il linguaggio, quindi, ha permesso uno sviluppo del pensiero e dell’intelligenza perché le parole hanno reso possibile per l’ominide una maggiore comprensione della realtà circostante e di sé stesso in relazione agli altri.

Tale peculiarità del linguaggio di permettere una maggiore comprensione della realtà esterna e interna ancora oggi possiamo ritenerla intatta a pieno tondo. Ciò non è minimamente in discussione. Quello che invece forse possiamo chiederci è se la comprensione della realtà che permette il linguaggio sia neutra oppure no. In altre parole, il linguaggio favorisce una comprensione oggettiva della realtà oppure ne favorisce una comprensione soggettiva? In maniera chiara e netta possiamo subito rispondere che il linguaggio è legato alla soggettività delle esperienze e dei contesti sociali. Facciamo qualche esempio. Nella lingua eschimese esistono 19 parole per descrivere la neve, mentre da noi 2 0 3, perché la neve è un qualcosa di fondamentale nella vita eschimese e quindi il linguaggio serve per capire quella determinata realtà. Altro piccolo esempio, in Finlandia esistono circa duecento parole per parlare dell’orso. Questo perché nei secoli l’esperienza dell’orso è stata così centrale per i finlandesi che venivano trovate via via nuove parole per capire l’esperienza che l’uomo ne faceva. Naturalmente in tantissimi altri paesi non esiste tale ricchezza di vocabolario per raccontare l’uomo e l’orso. E va da sé che ogni esperienza psicologicamente importante, come può esserlo quello della neve per gli eschimesi o come può esserlo stata quella dell’orso per i finlandesi, condizioni, inevitabilmente, anche il modo più generale che si ha di comprendere la realtà. Talvolta, nei casi più estremi, il linguaggio influisce sulle categorie mentali dello spazio e del tempo e ciò dimostra quanto esso possa rendere la comprensione della realtà radicalmente soggettiva. Per esempio, Benjamin Lee Whorf, altro importante studioso di linguaggio, ha rilevato come i nativi americani dell’Arizona, gli hopi, mancando di marcatori e di sostantivi per quelli che nelle lingue europee chiamiamo tempi “futuro”, “presente” e “passato”, finissero con l’avere una concezione non-lineare del tempo che aveva un peso su tutta la struttura cognitiva. Gli eventi, pertanto, venivano interpretati non da una prospettiva causale, cioè l’evento “A” ha causato l’evento “B”, bensì da una prospettiva più circolare legata al capire la relazione di senso tra l’evento “A” e l’evento “B”.

Se il linguaggio, come abbiamo visto, ha un certo peso rispetto al modo che si ha di comprendere la realtà interna ed esterna, è evidente che non possiamo non riflettere sul modo con cui esso viene utilizzato in ambito psicoterapeutico. In linea generale, possiamo dire che un buon linguaggio terapeutico è un linguaggio che in qualche modo sia capace di facilitare l’apertura di spazi di comprensione e di consapevolezza nella coppia analitica.

Possiamo immaginare che questo lavoro di apertura le parole riescano a svolgerlo a diversi livelli. Ad un primo livello, più vicino alla coscienza, il linguaggio, in maniera non dissimile per come abbiamo detto poc’anzi nel parlare degli eschimesi e dei finlandesi, permette di cogliere meglio il modo in cui si fa esperienza di un qualcosa, o se si preferisce di un fenomeno. Per esempio, ciò accade in maniera evidente nel lavoro con gli adolescenti. Ogni generazione ha il suo linguaggio, e questa generazione naturalmente non fa eccezione. Da una parte ha un linguaggio più internazionale, e si vede sia dal fatto che in media conoscono meglio l’inglese rispetto agli adulti, sia dal fatto che nel parlare utilizzino un italiano inglesizzato, come postare – googlare – drinkare – ti lovvo- e via dicendo, dall’altra paiono invece avere un vocabolario più povero che si nota soprattutto dal ricorso ad aggettivi che paiono essere parole ombrello che coprono un’ampia gamma di esperienze. Per esempio, non è per nulla raro sentire un giovane dire più e più volte quello è “strano”, questo è “strano”, questa cosa è “strana” [1], l’interrogazione era “strana”, l’esame “strano”, la serata “strana”, e via discorrendo. Già la sollecitazione terapeutica di provare ad entrare dentro una definizione, come può esserlo quella di “strano”, è sorprendente per il ragazzo/a perché l’aiuta a chiarirsi le idee e a capire meglio quello che prova. Un terapeuta, può aiutare a capire se qualcosa è strano perché fa paura, oppure se è strano perché inquietante, o perché sconosciuto, o perché disgustoso, o perché in qualche modo affascinante. Già il solo evitare di classificare tutte le esperienze con un termine ombrello è utilissimo per il giovane perché può trovare una nuova parola per comprendere quella cosa “strana” e sé stesso in relazione a quella specifica cosa “strana”. In altre parole, ad un primo livello, il linguaggio diviene uno strumento conoscitivo che trasforma qualcosa, nel nostro esempio qualcosa di “strano” cioè di estraneo, in qualcosa a cui ci si può avvicinare in maniera diversa dal punto di vista psicologico.

Ad un secondo livello, più profondo del primo, il linguaggio permette di inserire una specifica difficoltà in una visione/concettualizzazione più ampia che aiuta nell’elaborare la difficoltà stessa. A tal proposito Edward Edinger scrive in “Anatomia della Psiche”: “Il solo trovare parole o concetti adeguati per uno stato psichico può essere sufficiente per una persona per uscire ed arrivare a guardare al suo problema da una prospettiva più ampia. Ad esempio, l’identificare la reazione di un uomo verso la moglie come un esempio di un problema con sua madre o la reazione al capo come parte di un complesso paterno concettualizza l’esperienza e l’aiuta ad elaborarla.” Poco più avanti – nello stesso testo – l’analista statunitense fornisce un bellissimo esempio per chiarire meglio il potere delle parole: “Un esempio lampante del potere di questo genere di parole ci viene da un prete preda dell’ansia ogni volta che celebrava l’eucarestia: i sintomi si alleviarono notevolmente quando apprese che la sua condizione era molto comune ed andava sotto il nome di “ansia da prestazione”.” Il linguaggio, se ben usato in ambito terapeutico, consente in sostanza una diversa messa a fuoco di un fenomeno. Cioè, inquadrando una difficoltà nei giusti termini si è molto più prossimi a risolvere la difficoltà stessa e questo è certamente terapeutico sia all’interno setting clinico, sia, più in generale, nella vita di tutti i giorni.

Da una prospettiva ancora più profonda, il linguaggio può rivelarsi uno strumento delicato e rispettoso per avvicinarsi con il giusto atteggiamento psicologico verso gli strati più inconsci della psiche. L’uomo non è fatto di sola coscienza e pensiero razionale, anzi, a ben vedere, questi ultimi sono la punta dell’iceberg della psiche nel suo complesso. Per rendersene conto può essere sufficiente osservare un qualunque bambino. In egli è prima presente un pensiero che potremmo definire mitologico, per cui il papà è un Dio-Eroe o il Potente Tiranno, la mamma la Dea che può tutto o al contrario la Strega Cattiva, gli animali magici e numinosi oppure mostri spaventosi che terrorizzano e via dicendo, e solo dopo fa la sua comparsa un pensiero più razionale. Ciò vuol dire che il pensiero logico razionale è solo un’acquisizione successiva che origina da una matrice più mitopoietica. Sia consentito un breve esempio che aiuti nel capire come le idee si sviluppano a partire da una base più fantasiosa. Chiunque ha una certa familiarità con i bambini, sa che ad un certo punto, in genere, iniziano a chiedersi come nascano gli altri bambini. L’adulto solitamente risponde che vengono portati dalla cicogna, ma questa teoria, quasi fin da subito, non li soddisfa perché, magari, hanno visto crescere la pancia della mamma. Quindi – si dicono – deve andare in un altro modo. La risposta più diffusa che si auto-forniscono è di stampo mitologico: c’è di mezzo l’aver mangiato un frutto. Questa fantasia precede l’idea più scientifica, e ne costituisce la base, del fatto che il papà dona un seme nella mamma. Il meccanismo è evidentemente analogo. Il punto è che, come hanno ampiamente dimostrato Jung e Von Franz, è che tale matrice non scompare neanche nell’adulto. Anzi, di più, è di aiuto perché lo spinge a trovare il giusto spirito e le giuste “soluzioni” per fronteggiare la vita. Lo si vede bene nei sogni che tendono ad avere un linguaggio fatto di mitologemi, in particolar modo nei momenti di difficoltà di una persona. Per esempio, una persona deve prendere una decisione difficile nella sua vita e non sa cosa fare, ebbene potrebbe sognare di dover attraversare un guado di un fiume. Oppure potrebbe sognare un animale particolare, come se in quel momento le mancasse quel determinato istinto per affrontare quella determinata questione. E dinanzi a tutto ciò è necessario fare attenzione al “come” il linguaggio può porsi. Cioè, è un linguaggio che facilita l’ascolto di questa base della psiche, o è un linguaggio che ritiene sé stesso autosufficiente? Le parole possono spegnere o aprire. Per esempio, in maniera un po’ frettolosa, anche se talvolta ciò coglie nel segno, della presenza di un animale in un sogno si potrebbe dire che rappresenti una pulsione aggressiva, o l’avidità, o altro ancora, perdendo però così un po’ per strada quello che vuol significare il racconto più ampio che compare nel sogno. Per guardare l’animale in termini diversi da un riduttivo “è questo o quello”, dovremmo cambiare linguaggio e con il linguaggio lo sguardo e potremmo, per esempio, cercare di vedere il tutto dal punto di vista dell’animale. Potremmo chiederci cosa farebbe un felino in una certa situazione, come si muoverebbe e via dicendo. Il nostro linguaggio per cercare di penetrare realmente dentro un’immagine onirica dovrebbe, almeno talvolta, essere meno netto, più sfumato, quasi poetico, più intuitivo, più visionario, e infine più volto a cogliere essenze. In altre parole, più aperto e vicino al linguaggio del sogno stesso.

In diversi passaggi delle sue opere, Jung ha raccontato che avrebbe potuto usare un linguaggio più scientifico per descrivere quanto avesse capito, invece ha sempre preferito usare un linguaggio più evocativo e aderente, come Anima- Animus- Persona – Ombra, all’essenza dell’esperienza psichica che ha avuto modo di incontrare nel suo lavoro, perché riteneva che questo, oltre ad essere più rispettoso della realtà psicologica, predisponesse in maniera migliore verso gli strati più profondi, e potenzialmente curativi, della psiche. Credeva cioè con convinzione che un certo linguaggio immaginale potesse predisporre più facilmente verso un ascolto fatto di cuore e non solo di testa, e pertanto più umile e aperto, nei riguardi dell’Altro dentro di noi. Altro, sia detto per inciso, con il quale ci si può confrontare in maniera fruttuosa solo se si riesce a parlare una lingua comprensibile per entrambi.

E quando il linguaggio riesce ad aprire all’Altro, esterno in carne e ossa o inteso come Inconscio all’interno della psiche, si avvicina a realizzare la sua funzione più alta: quella di rendere l’uomo sempre più umano.

[1] Ci sono altre parole ombrello molto diffuse, come “scialla” o “accolloso”, ma per ragioni di spazio ci limiteremo a “strano” per argomentare quanto sostenuto nell’articolo. Va da sé che il discorso sarebbe estendibile a tutte queste e ad altre parole ombrello.

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