Il Possibile Valore della Lentezza nei Sogni

Il Possibile Valore della Lentezza nei SogniPartiamo da due sogni. Il primo è di una persona, un professionista impegnato nel settore delle costruzioni, che ha scoperto da più di un anno di avere una malattia cronica dall’esito degenerativo: “Sono in macchina, vado spedito verso Roma poiché l’autostrada è piuttosto libera. Improvvisamente, però, la strada devia senza che io possa farci nulla ed essa diventa via via più di campagna. Diventa del tutto sterrata e ad un certo punto è attraversata da un fiume. Tento di superarlo con la macchina, ma la macchina affonda. Esco dalla macchina e cerco di ritirarla su. Mi pare di riuscirci. Al di là del fiume vedo una famiglia che sembra felice”. Il secondo è di una donna tra i 30 e i 40, una grande lavoratrice che svolge due lavori contemporaneamente, ma da sempre soggetta a sottili forme di svalutazione, in famiglia e nelle relazioni sentimentali, che le lasciano costantemente addosso la sensazione di non valere poi molto come persona. Il sogno è questo: “Vado in macchina, procedo in maniera spedita, ma non so bene dove sto andando. Poi giungo nei pressi di un campo, c’è un trattore: è come se sapessi che devo preparare/coltivare quel campo”.

Si potrebbero fare molte considerazioni su questi sogni, ma non è questa la sede poiché per avanzarle sarebbe necessario raccontare molto di queste persone, tuttavia su un aspetto vale la pena soffermarsi: in entrambi è come se fosse presente la necessità di rallentare, di procedere con un ritmo diverso. Nel primo si passa da un’autostrada che porta a Roma, città nell’ottica della persona in questione che potrebbe permettere un ulteriore sviluppo della carriera lavorativa, ad una stradina che obbliga a proseguire a piedi; nel secondo è come se il sogno proponesse alla sognatrice di dedicarsi all’agricoltura, ovvero ad un’attività lenta che richiede pazienza, fiducia, calma, saper aspettare il momento giusto, e via dicendo, se si vuol produrre qualcosa di buono. Si potrà obiettare: “Si, va bene, ma in fondo si tratta solo di sogni”, come per dire che si tratta di banalità che poco hanno a che vedere con la vita vera e propria. Dal punto di vista psicologico, un’eventuale obiezione del genere scivola pesantemente: il sogno è un prodotto spontaneo e naturale della psiche – come ampiamente hanno mostrato la psicologia junghiana e altre aree psicologiche di impronta psicoanalitica – che cerca di aiutare una specifica persona nel trovare il miglior equilibrio possibile che ella è in grado di esprimere nella sua vita. Ha affermato Marie-Louise Von Franz, dopo aver studiato e analizzato approfonditamente circa 70000 sogni, nel suo splendido libro – intervista “Il Mondo dei Sogni”: “I sogni non sono in grado di preservarci dalle vicissitudini esistenziali, dalle malattie e dagli eventi tristi. Ci offrono, invece, una linea di condotta sul come rapportarci a questi eventi, sul come dare senso alla nostra esistenza, sul come realizzare il nostro destino, sul come seguire la nostra stella: in definitiva, sul come realizzare dentro di noi il massimo potenziale di vita”. In un certo senso, è come se aiutassero nel ricercare una soluzione su misura per ognuno; validissima ragione per cui non possiamo permetterci di farne. Talvolta, tuttavia, non è facile ascoltarli, poiché propongono un qualcosa che pare anacronistico, difficile, come il rallentare che si vede nei nostri esempi. Tutto il mondo va veloce, corre, soggettivamente quasi tutti avvertiamo spesso la sensazione di essere sempre in ritardo, di aver fatto poco, e i sogni ci chiedono – perché questo tema della lentezza è piuttosto frequente nei sogni contemporanei al di là dei nostri due brevi esempi – di rallentare. Comprensibilmente, non è facile.

Restiamo, evitando eccessive divagazioni, comunque sui nostri esempi: in fin dei conti su una persona su cui incombono gli spettri della malattia e della morte, perché dovrebbe rallentare? Ancora, correre e fare leniscono veramente un senso di inferiorità? Purtroppo in entrambi i casi la velocità non è poi di grande ausilio. Correre tanto non allontana malattia e morte, rischia più che altro di far godere poco quello che si fa. Banalmente, andare in montagna con la macchina è molto più veloce che salirci a piedi, ma certamente nei due casi “l’esperienza montagna” non è la stessa: a piedi si respira l’aria, si odono i rumori della natura e i versi degli animali, si percepisce un’atmosfera, andando in macchina tutto ciò è quasi assente o in ogni caso meno intenso. In altre parole, la lentezza amplia la consapevolezza dell’“esperienza montagna” e va detto che in numerose altre occasioni va esattamente in questo modo. Cercare di correre molto non incide neanche sul senso di inferiorità: quella voce interiore che dice di non valere, anche se si produce molto, continua a non tacere perché è legata ad una certa percezione di sé e non a quanto si fa all’esterno. E se è verosimilmente così, la velocità fa cadere nella “trappola” di inseguire questo timore di non valere perdendo così di vista il cuore della questione, ovvero la percezione di sé.

Allora – ci si chiederà – perché viene così spontaneo continuare ad andare velocemente? Forse perché la velocità dà un’idea di “potere”, nel senso che trasmette la sensazione di stare a lottare, a battersi, a cercare di incidere su di una situazione che non piace affatto. Insomma, la velocità ha qualcosa di rassicurante. E, soprattutto, è probabilmente rincuorante per un’altra ragione: procedendo con un ritmo serrato si ha meno tempo per sentire l’angoscia che certe situazioni causano. Naturalmente essa c’è, ma è come se attraverso l’agire continuo e senza tregua venisse per alcuni versi silenziata. Un comprensibilissimo e umano modo per difendersi. Il limite, tuttavia, in base a quanto osservato sino ad ora è che si tratta appunto di una difesa e non di una vera e propria possibile soluzione.

Questa possibile soluzione potrebbe passare per la lentezza. Rallentare, al contrario della velocità, espone maggiormente al dolore proveniente da ciò che ferisce perché lascia alla coscienza la possibilità di percepire con nitidezza l’angoscia che il dolore stesso genera; allo stesso tempo questa maggiore sensibilità cosciente verso ciò che causa sofferenza offre la possibilità psicologica di provare a trasformare le ferite psichiche in feritoie da cui possono passare ed entrare nuove luci.

Perché il rallentare, la lentezza, dovrebbe facilitare la trasformazione delle ferite psichiche? In genere perché a livello psicologico un qualunque fenomeno psichico inizia a cambiare nel momento in cui viene visto, quando assume cioè una forma visibile e riconoscibile in cui si rileva autonomamente che lì c’è e una parte della propria storia e qualcosa del proprio modo di essere oggi. Così, una ferita sorda, muta, silente, ma di cui adesso – grazie alla lentezza – si nota come condizioni l’attualità, diviene la propria personale ferita da medicare con cura, con amore, con accettazione. Diviene, se non strumentalizzata per qualche ragione nel presente, ciò da cui può nascere un nuovo cuore e un nuovo uomo: un uomo che sa prendere per mano il bambino ferito in lui e verso il quale sa provare una sana forma di accoglienza e profonda simpatia umana. E tutto ciò trasforma perché rende più saggi, meno arrabbiati, più tolleranti verso gli altri, più aperti e curiosi – per l’appunto proprio perché c’è una maggiore empatia verso il proprio bambino interno  –  verso le gioie della vita. In poche parole, le ferite se trasformate in feritoie rendono più umani. Non è affatto poco, per questo, per quanto faticoso, può valere la pena di ascoltare quei sogni che curiosamente suggeriscono di provare a rallentare.

×
Menù