Camminare

CamminareMolti studi antropologici interessati a capire come è stata possibile l’evoluzione cerebrale degli ominidi [1] verso una struttura encefalica più simile a quella dell’homo sapiens, pongono l’accento sul come l’assunzione di una posizione progressivamente eretta abbia giocato un ruolo basilare rispetto a tale evoluzione. Spinti infatti da un significativo cambiamento climatico, circa 5 milioni di anni fa, gli ominidi furono costretti a scendere dagli alberi, sui quali trovavano cibo e riparo, e ad affrontare la vasta savana. La posizione bipede fu una necessità improrogabile perché permetteva spostamenti più ampi, consentiva di vedere, stando per forza di cose più alti, più lontano, e soprattutto liberava gli arti superiori per altre necessità. In altre parole, i nostri antenati camminando impararono a “mappare” mentalmente il territorio, ad esplorarlo, e se a ciò aggiungiamo come la libertà di usare le mani consentisse continue invenzioni di nuovi utensili e armi, intuiamo facilmente come il camminare abbia contribuito in maniera enorme alla storia dell’uomo, perché quest’azione costituisce la necessaria premessa per attività mentali raffinate. Non è eccessivo pensare che se gli ominidi non avessero imparato a camminare, l’uomo così come lo conosciamo oggi non sarebbe mai nato. Senza il camminare l’uomo non solo non avrebbe usato le mani, ma non avrebbe coltivato neanche la possibilità di essere intelligente e riflessivo.

Nell’Antica Grecia, in maniera spontanea e naturale, ben sapevano che il camminare giovava alla capacità dell’uomo di riflettere e di affrontare, non senza una creatività nel pensiero, problemi più o meno concreti. Socrate andava in giro a piedi per la città a porre per questioni essenziali rispetto al riuscire a conoscere l’essenza di un fenomeno, Diogene era solito dire “solvitur ambulando”, ovvero camminando si risolve; Aristotele insegnava filosofia camminando, non a caso il liceo da egli fondato si chiamava peripatetico, ovvero persona che cammina abitualmente ed estensivamente, e i suoi studenti peripatetici. Era così scontato ed evidente che il camminare fosse in relazione al pensare, al risolvere questioni, al dialogare, che non avvertivano minimamente l’esigenza di concettualizzare tale, dal loro punto di vista, ovvietà.

E’ solo in epoca relativamente recente che scrittori e studiosi hanno avvertito la necessità di scrivere e di riflettere, e quindi di affermare in maniera diversa, l’importanza del camminare. Se è ben noto al grande pubblico che Kant sentiva il bisogno di passeggiare ogni giorno in silenzio nella sua amata Konigsberg, meno conosciuto, ma non per questo meno significativo, è il fatto che Rosseau verso il finire della sua vita scrisse un testo, “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”, nel quale in ogni capitolo descriveva un tipo di passeggiata diversa che poteva dar luogo a pensieri o a preoccupazioni differenti. Rossseau, in sintesi, ha sottolineato come il camminare liberi flussi di pensieri, di digressioni, di immagini, che possono rendere il pensiero meno rigido e meno formale. In termini maggiormente psicologici, il camminare destruttura i pensieri per poi ristrutturarli in maniera nuova. In una maniera, spesso, sorprendentemente creativa. Le osservazioni di Rosseau sulla libertà di pensiero che il camminare facilita hanno trovato un’eco in scrittori, con tipico stile da “flusso di coscienza”, del calibro di  James Joyce e Virginia Woolf. Tuttavia, due scrittori che possono aver aggiunto qualcosa sul gesto del camminare, sono Henry David Thoreau e Hermann Hesse, i quali possono essere tranquillamente ritenuti epigoni ideali della massima “solvitur ambulando”. Per entrambi, questo prezioso gesto del mettere un piede davanti all’altro, non solo libera e dipana qualcosa, che sia pur in forma confusa già c’è, bensì apre le porte a qualcosa che non c’era. Thoreau ha camminato una vita nei boschi, e per egli il camminare nella natura equivaleva ad aprirsi ad un benessere spirituale legato all’evitare un pericolo che vedeva molto forte nell’uomo moderno: un’inflazione della coscienza ed un’ansia di dominare tutto. Per Hermann Hesse, autore di un testo dal titolo “Camminare”, il camminare ha una vera e propria valenza terapeutica perché può cambiare la percezione di quanto c’è intorno, e naturalmente per lo spirito di ogni uomo la percezione è quasi tutto. Nel suo viaggiare a piedi Hesse ricerca lo stupore, l’inatteso, la sorpresa, l’ignoto per uscire dai propri confini mentali. In poche, ma toccanti parole, per Hermann Hesse il nucleo intimo dell’esperienza del camminare è così descrivibile: “La poesia del viaggiare è nell’organica assimilazione delle novità vissute, nell’accrescimento della nostra capacità di comprendere l’unità nel molteplice, il grande intreccio costituito da terra e umanità, nel ritrovare antiche verità e leggi in situazioni del tutto nuove”.

Ma in un periodo come il nostro, in cui disponiamo di sviluppati mezzi di trasporto e di una tecnologia capace di annullare le distanze spaziali e temporali, ancora riusciamo a trovare il tempo per camminare? E se sì, come lo facciamo? Partiamo da questa seconda domanda. Certamente tante persone hanno l’abitudine di camminare, quello che pare mutato è ciò che se ne ricava dall’esperienza stessa del camminare. Per molti fare una passeggiata, anche piuttosto lunga a piedi, è qualcosa di legato ad una prestazione di tipo sportivo e/o ad un discorso di salute fisica. Non a caso la maggior parte delle persone camminano con passo veloce, guardano quasi sempre un punto vuoto ed ascoltano musica come se volessero essere soltanto concentrati [2], isolandosi dall’ambiente circostante, sul fare più strada possibile perché è un fatto noto che camminare giovi alla salute. Infatti, sia sulle riviste scientifiche che in altre semplici occasioni di dialogo, si sottolinea spesso, cose indubbiamente vere, che il camminare influisce positivamente sulla longevità, sulla memoria, sulla pressione sanguigna e via dicendo. Senza voler assolutamente dipingere in termini negativi tutto ciò, perché certamente l’intendere il camminare principalmente da un punto di vista medico merita rispetto, tale prospettiva su questo tipo di attività pare in qualche modo riduttiva. E’ come se così facendo si perdesse per strada qualche essenza dell’esperienza psichica del camminare.

La principale obiezione che viene fatta al camminare in se per sé, ovvero in assenza di una ragione salutistica, è che comporterebbe una perdita di tempo. Erling Kagge, scrittore e grandissimo camminatore, capovolge la questione con queste sagge parole: “C’è un consenso diffuso che andare da un posto a un altro in due ore invece che in quattro o in otto sia un risparmio di tempo. Da un punto vista matematico sembra corretto, ma l’esperienza mi dice il contrario: quando aumento il ritmo, il tempo scorre più veloce. Quando mi sbrigo non riesco a cogliere quasi niente. Se vai verso una montagna in macchina e lasci che i laghetti, le colline, le pietre, il muschio e gli alberi ti sfreccino accanto, la vita si fa più corta. Non puoi sentire il vento, gli odori, il tempo atmosferico o i cambiamenti di luce. Quando aumenti il ritmo, non è solo il tempo a ridursi, ma anche la percezione dello spazio. A un tratto sei alle pendici della montagna. Viene meno l’esperienza della distanza. Se quello stesso tratto lo percorri a piedi e ci metti un giorno invece di mezz’ora, allora respiri con più calma, ascolti, senti il terreno sotto i piedi e la giornata diventa tutt’altra cosa. Fare conoscenza con le cose che ti circondano richiede tempo. E’ come costruire un’amicizia. La montagna giù in fondo, che si trasforma via via che ti avvicini, diventa una buona compagna ancor prima che tu l’abbia raggiunta. Gli occhi, le orecchie, il naso, le spalle, la pancia e le gambe parlano e la montagna risponde. Il tempo si dilata, indipendentemente dai minuti e dalle ore. Camminare dilata ogni attimo.”

Questa dilatazione di ogni attimo, simile a qualcosa che dovevano ben conoscere tante menti illustri che abbiamo citato nella prima parte dell’articolo, oggigiorno può realizzarsi solo con la presenza di un paio di condizioni: se c’è silenzio, qualcosa a cui forse attualmente siamo poco abituati, e se ci predisponiamo in una posizione di ascolto verso ciò che è altro da noi con il cuore e la mente aperta. Enzo Bianchi, monaco laico che nell’ormai lontano 1965 ha fondato la Comunità di Bose in Piemonte, fa una sottile ma importante distinzione tra pregare e meditare. Nel momento in cui si prega, dice, si invoca un aiuto, si chiede un’intercessione; mentre nel momento in cui si medita ci si predispone con umiltà all’ascolto di qualcosa di non conosciuto, di cui in precedenza non abbiamo mai udito la voce. Voce che per persone religiose potrebbe essere la Voce di Dio, mentre per persone laiche potrebbe essere la Voce della Natura. Così, da quest’angolazione, camminare dentro un bosco senza altri rumori e voci se non quelle del bosco stesso, e con presenza di cuore e spirito, potrebbe essere l’occasione per fare l’esperienza psichica del fatto, come diceva Paolo di Tarso, che “niente è senza voce.”

[1] Per una rassegna generale sull’argomento si può consultare il lavoro pubblicato su Antrocom 2008 vol. 4 n° 1 di Christian Agrillo che ha il pregio di raccogliere altri numerosi e importanti ricerche interdisciplinari sull’evoluzione cerebrale degli ominidi.

[2] A tal proposito è interessante osservare, sia pure un pochino a margine in una nota, come la tendenza alla velocità e alla competizione che caratterizzano il nostro contesto culturale paiono “entrare” direttamente nel nostro modo di rapportarci al camminare.

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