Considerazioni Psicologiche sul Revenge Porn

Considerazioni Psicologiche sul Revenge PornIl nostro Paese ha approvato nel luglio del 2019 una legge sul “revenge porn”, ovvero una norma che vieta la diffusione di materiale esplicitamente sessuale senza il consenso della persona interessata, punendo tale condotta con una pena che può arrivare fino a 6 anni di reclusione.

Il legislatore, seguendo la società civile più ampia, ha sentito l’esigenza di introdurre questo reato nel codice, facendolo rientrare nel cosiddetto Codice Rosso e senza basarsi su precedenti normative relative alla violenza di genere, per cercare di porre un argine ad un fenomeno, quello appunto del revenge porn, che per le vittime comporta, come ormai molti studi psicologici [1] testimoniano, conseguenze psicologiche simili a quelle che si ritrovano in persone abusate e/o violentate sessualmente.

Infatti, così come nelle persone vittime di abuso e/o violenza ritroviamo un quadro clinico che oscilla tra ansia, disturbo post traumatico da stress, depressione, senso di colpa, ritiro sociale, perdita di fiducia negli altri, così nelle donne vittime di revenge porn, perché va detto che nella stragrande maggioranza di casi si tratta di donne violate da un ex partner che non accetta la fine della loro relazione e che pertanto decide di vendicarsi diffondendo sui social immagini e/o video a contenuto sessuale della ex, ritroviamo vissuti emotivi analoghi. Perché la violazione dell’intimità e l’impossibilità di scegliere quanto accade, che si caratterizzano come nucleo centrale di ogni forma di abuso e violenza più tradizionali, sono purtroppo ben presenti anche nel revenge porn.

Anzi, se ci soffermiamo a notare come la legge sul revenge porn contempli due fattispecie di reati riguardanti i due momenti distinti della realizzazione e della diffusione del materiale relativo alla vittima, quindi un insieme di eventi che coinvolgono almeno tre soggetti, ovvero il carnefice – la vittima – e persone terze, possiamo considerare il revenge porn come una violenza di gruppo. Non a caso alcuni autori hanno definito il revenge porn una forma di cyber-bullismo, perché anche nel bullismo è presente questo triste triangolo fatto da carnefice-vittima-altri più o meno complici del carnefice.

Perché ne parliamo? Per svariate ragioni. In primis per manifestare una solidarietà e un senso di vicinanza alle vittime, per offrire un piccolo contributo rispetto al farle sentire meno sole perché purtroppo il fatto che la violenza di un ex diventi la violenza di un gruppo non fa altro che amplificare un pesante senso di solitudine nella vittima. Scrivere, parlare dell’argomento, è quindi un modo per dire alle vittime di revenge porn che possono essere meno sole di quanto pensano e che qualcosa per uscire da questa desolante condizione si può fare.

In secondo luogo ne parliamo, perché il fenomeno sta raggiungendo proporzioni numeriche inquietanti. Tra gli adolescenti maschi la pratica di filmare i momenti di intimità è diventata una pratica diffusissima, il che naturalmente non significa che poi in automatico diffonderanno questo materiale tra amici e conoscenti in caso di rottura, ma il fatto che questo materiale sia presente di per sé espone, il ragazzo stesso, alla tentazione/possibilità di vendicarsi in un successivo momento. Così più di qualcuno cade, e ciò è confermato dagli allarmanti numeri della Polizia Criminale che nel 2020 ha registrato una media di due episodi di revenge porn al giorno. Numeri così ampi segnalano, quasi di getto, la necessità di un’educazione sessuale, o forse sarebbe meglio dire di un’educazione alle emozioni e al rapporto uomo-donna, che nel nostro paese in genere fatica ad uscire completamente da una cultura maschilista e patriarcale nella quale una donna è comunque proprietà [2] di un uomo, ma ciò meriterebbe un ampio approfondimento a sé stante e preferiamo pertanto concentrare l’articolo su altri aspetti di questo scottante e moderno fenomeno psicosociale.

Parliamo di revenge porn, infine, anche per un’altra ragione: per porre l’attenzione sull’evenienza che per la vittima è come se non ci fosse un diritto al silenzio. La rete e i social conservano una memoria potenzialmente infinita, le immagini volendo possono circolare in continuazione e ciò pone la vittima di revenge porn in una condizione di continua tensione, di perenne allerta rispetto al fatto che le immagini e/o i filmati che la riguardano potrebbero spuntare in un qualunque momento su un altro sito o su un social o su un qualunque punto della rete. La gogna e il linciaggio, in altre parole, sono sempre dietro l’angolo. Quanto accaduto per la vittima costituisce un trauma a tutti gli effetti, ma il fatto che questo evento possa ripetersi in ogni momento all’esterno non lascia alla donna, o comunque le lascia meno, la possibilità di poter rivivere il suo trauma su quel piano interiore tanto necessario per elaborare, digerire, e cogliere il senso di un evento tanto impattante a livello psichico ed esistenziale. Si può curare un trauma, se quello stesso trauma è sempre in agguato? Si, ma tutto è più complicato perché è come se mancasse almeno parzialmente la pace [3] necessaria per curarsi le ferite ed è più difficile, sottolineiamo non impossibile, trovare salutari spazi nei quali sostare a prendersi cura di sé. Da questo punto di vista, una solidale rete amicale di sostegno, e/o il contatto con la natura, e/o gli studi di psicoterapia, in particolare quelli dove si respira una salutare ed empatica attenzione verso i tempi individuali della persona, costituiscono delle opportunità per tornare ad assaporare quella serenità che le azioni di revenge porn hanno sottratto alla vittima.

“Mentre il trauma ci lascia muti, il percorso per superarlo è lastricato di parole, assemblate con cura, una dopo l’altra, fino a quando l’intera storia può essere rivelata”, scrive Bessel Van Der Kolk, tra i massimi esperti di traumi psichici contemporanei, in “Il Corpo accusa il Colpo” (2015, pag. 265). Vero, verissimo, ed è propria per questa capacità generale di un trauma di tramortire e di lasciare impotenti e basite le vittime, che ci riporta alla necessità del silenzio e alla possibilità di stare fermi. Perché il silenzio è il momento che precede la parola ed un pensiero nuovo, e la conseguente possibilità di andare oltre. Si vuol forse negare questo diritto elementare e basilare della vita psichica alla vittima di revenge porn?

[1] Per una rassegna generale di questi studi si potrebbero consultare i lavori sul tema di Bates (2016).

[2] La manifestazione peggiore e più eclatante di questa concezione proprietaria della donna la troviamo nella tristissima striscia di femminicidi che quasi quotidianamente riempiono la cronaca dei media, ma se guardiamo oltre gli episodi più estremi ritroviamo tracce di cultura maschilista e patriarcale in tanti aspetti della vita societaria. Per esempio nella violenza dentro le mura di casa o nella mancata parità salariale tra uomo e donna.

[3] Pensando a tale questione del silenzio, i principali gestori della rete, anche se naturalmente non sono loro i responsabili di certe condotte, potrebbero e forse dovrebbero interrogarsi su come porre un argine alla memoria quando essa può diventare così deleteria per alcune persone.

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