Alcune Osservazioni Sul Concetto di Resilienza

Alcune Osservazioni Sul Concetto di Resilienza Il termine resilienza viene usato in fisica e in ingegneria per designare la capacità elastica che ha un corpo o un metallo di tornare al suo stato anteriore in seguito all’aver subito una deformazione o pressione. Implicando quindi la resistenza di un materiale nel reggere degli urti senza spezzarsi, ha goduto e gode di una certa popolarità in ambito psicologico laddove tende ad indicare le capacità di una persona di organizzarsi e di reagire, senza esserne travolta, dinanzi agli eventi avversi della vita. Entrando nello specifico della letteratura psicologica, il termine resilienza, ha fatto la sua comparsa all’interno di un ormai celebre studio realizzato da Werner e Smith.

A partire dal 1955, per circa trenta anni, questi due studiosi iniziarono a seguire lo sviluppo e la crescita di 698 neonati dell’isola Kauai. Un terzo di questi neonati proveniva da famiglie a “rischio”, ovvero per lo più con problemi economici, di alta aggressività tra familiari, di alcolismo, di pregresse malattie mentali, ma, contrariamente a quanto ci si aspettava, viste le condizioni di partenza, 72 di questi bambini riuscirono a migliorare le loro condizioni di vita e a divenire degli adulti capaci di conservare relazioni stabili, di impegnarsi sul lavoro, di partecipare attivamente alla vita sociale. I sorprendenti risultati di tale studio hanno contribuito a far sì che l’attenzione della ricerca psicologica si direzionasse verso i possibili fattori di protezione che possono favorire uno sviluppo adeguato. Non a caso, proprio in seguito alla ricerca longitudinale di Werner e Smith, si è assistito ad un proliferare di studi sulla “resilienza” di un individuo e del suo ambiente sociale. In altre parole, gli studi psicologici, in particolare quelli svolti dalla psicologia umanistica e dalla psicologia positiva di Seligman, si sono soffermati più sulle caratteristiche positive e fonte di possibile salute presenti in un individuo che non su aree di personalità in genere più indagate dalle ricerche sulla psicopatologia.

Gli studi che hanno posto l’accento sulle caratteristiche resilienti dell’individuo hanno segnalato di volta in volta l’ottimismo (Peterson 2000), il benessere percepito (Diener 2000), la creatività (Simonton 2000), l’autodeterminazione (Ryan 2000), l’intelligenza (Cramer 2000), il gusto per il gioco, l’attribuzione causale degli eventi (Oliviero Ferraris 2003)come tratti che aiutano e proteggono l’individuo. Mentre gli studi più “sociali” hanno posto l’accento sulla qualità della rete di sostegno intorno all’individuo, e/o alla capacità di una famiglia di sapersi adeguare ed evolvere nel tempo conservando tuttavia la sua capacità di essere una fonte di sostegno per i suoi vari membri (Di Blasio 2005). Certamente tale mole di studi, qui appena accennati, hanno avuto il merito di ampliare la panoramica sullo sviluppo umano, ma allo stesso tempo hanno lasciato “aperte” alcune questioni a cui non è facile rispondere. Per esempio, la resilienza è un tratto innato o un  qualcosa che l’individuo può apprendere? E se almeno in parte si può imparare ad essere resilienti, le terapie psicologiche come devono relazionarsi al concetto stesso di resilienza? Si potrà notare come gli studi menzionati segnalino caratteristiche anche piuttosto eterogenee tra di esse, così alcuni autori hanno avvertito l’esigenza di individuare macro aree relative che racchiudessero le qualità resilienti riscontrate negli studi per andare oltre la dicotomia resilienza come tratto innato vs. resilienza come un qualcosa di apprendibile. Per esempio, Burns (1996) ha proposto di classificare le singole voci di caratteristiche resilienti in quattro categorie, quali l’autonomia, la capacità di problem solving, le abilità sociali, i propositi per il futuro, più utilizzabili per un lavoro terapeutico. Sintetizzando, si può dire che le terapie cognitive-comportamentali, seguendo la stessa logica terapeutica di Burns, hanno cercato di individuare strategie che permettessero di rendere la persona più resiliente. Talvolta cercando di aumentare il locus of control sugli eventi, altre volte cercando di trovare sempre un qualcosa di positivo negli eventi (l’effetto Pollyanna di cui parlano vari autori cognitivisti), altre volte, per esempio Lazarus, trovando delle strategie per cercare di gestire lo stress e via dicendo. Al di là dei limiti di queste singole tecniche terapeutiche [1], argomento che in realtà meriterebbe un ampio approfondimento a sé stante, possiamo notare come le terapie cognitive-comportamentale tendano a considerare il divenire resilienti un contenuto e un obiettivo primario della terapia. In ambito psicoanalitico ciò non accade. Gli eventi che possono far male, che rischiano di spezzare un individuo, vengono più elaborati e metabolizzati attraverso un passaggio dentro le emozioni e i vissuti che attiva una determinata situazione in uno specifico individuo, anziché far ricorso a “strategie” pensate identiche per ogni individuo. [2] In tanti concetti psicoanalitici, quali elaborazione psichica di Freud (1914), di riparazione di Melanie Klein (1957), di tolleranza della frustrazione e di forza dell’Io di kernberg (1975), scorgiamo con facilità gli echi della resilienza, ma essa compare sulla scena terapeutica in maniera diversa. All’interno del setting analitico la resilienza è pensata più come il frutto di un processo, il risultato naturale di un lavoro, che non come il contenuto stesso della terapia. Potrebbe sembrare una distinzione assolutamente insignificante, ma non lo è. E non lo è soprattutto in un periodo storico come il nostro dominato dalla tecnica. Proviamo a vederne il perché.

L’uomo è sempre stato tecnico, anzi, come diceva Anassagora, è stato proprio l’uso delle mani a renderlo intelligente. L’uomo ha da sempre manipolato il mondo per renderlo un posto più agevole e vivibile. In sostanza, la tecnica è sempre stata al servizio degli uomini. Ciò è valso per qualunque cosa, per l’uso del fuoco necessario a scaldare e cucinare, per gli attrezzi che permettevano l’agricoltura, per la stampa che ha reso possibile la diffusione della cultura, per la macchina, per il telefono, e per tutti quegli strumenti che hanno garantito comunicazioni e spostamenti prima inimmaginabili. In sostanza l’uomo ha sempre controllato la tecnica, mentre attualmente questo rapporto non sembra più così unidirezionale. Al giorno d’oggi, almeno in alcuni frangenti, pare più la tecnica a determinare l’esperienza dell’uomo che non l’uomo a servirsi della tecnica per rendere più umana la sua esperienza. Per esempio la tecnica ha velocizzato tutto, ed è evidente come siamo, e ciò vale in particolare le persone più giovani, sottoposti ad una quantità di stimoli che oltrepassano la nostra capacità di elaborazione e che finiscono con il modificare i nostri stessi processi elaborativi. Francesca Picone (2005),per esempio, in un suo articolo ben documentato sul rapporto tra “Tecnica e Identità” ha mostrato come i media elettronici influenzino le nostre rappresentazioni e i processi di apprendimento. I ragazzi e le ragazze paiono avere uno stile “copia e incolla”, oppure paiono aprire tante “finestre” emotive e di pensiero senza poi riuscire a farne una sintesi. Ciò genera disorientamento in questi ragazzi, e li espone al rischio di una sorta di “analfabetismo emotivo” [3] proprio perché mancano di uno spazio di elaborazione emotiva legato ai propri ritmi e ai propri tempi psichici. Da tale angolazione la tecnica detta i tempi dell’esperienza psichica, ma non è affatto detto che siano tempi adatti all’uomo.

Se si concettualizza la resilienza come un contenuto del percorso terapeutico, e non come il risultato di un processo, c’è il rischio che tale processo di velocizzazione, e in un certo senso di robotizzazione indotto dalla tecnica, entri in terapia. Per esempio nel dsm IV, alla voce lutto si legge: “Come parte della loro reazione alla perdita, alcuni soggetti si presentano con i sintomi caratteristici di un episodio depressivo maggiore. Il soggetto in lutto tipicamente considera normale l’umore depresso, sebbene possa ricercare un aiuto professionale per alleviare i sintomi associati come insonnia o anoressia. La durata e l’espressione del lutto “normale” variano in modo considerevole tra diversi gruppi culturali. La diagnosi di disturbo depressivo maggiore non viene generalmente fatta se i sintomi non sono più presenti 2 mesi dopo la perdita.” Secondo la lettura proposta dal Dsm del lutto, la persona che entro due mesi non supera la perdita potrebbe essere, volendo, definita come poco resiliente. Una cosa umanissima, come il dolore per una perdita significativa, diviene patologia da trattare. In altre parole, se la resilienza viene considerata come un obiettivo del percorso terapeutico, e non come un risultato naturale del lavoro fatto sui vissuti emotivi, si tramuta in giudizio, in valutazione, sulla normalità o presunta non normalità di qualcosa. E in queste valutazioni il nostro rapporto con la tecnica, il suo indurci alla velocità, implicitamente rischia di influenzare l’etica stessa di un percorso terapeutico. Se viviamo in un periodo storico, come ormai anche segnalato da classici moderni del pensiero sociologico quali Lasch e Bauman, in cui siamo esposti alla possibilità di una mutazione antropologica legata anche al dominio della tecnica sull’l’uomo, il rendere la resilienza una valutazione come di fatto avviene nelle terapie cognitivo-comportamentali rischia involontariamente di contribuire a questa modellizzazione dell’uomo ad immagine e somiglianza delle macchine che egli stesso ha creato. E ciò altera il senso stesso della psicoterapia. Perché essa non può che essere al servizio dell’uomo e della sua umanità.

[1] Per esempio, è evidente che non sempre è possibile aumentare il controllo sugli eventi, cosa che invece suggeriscono le terapie basate sul locus of control. Anzi è piuttosto plausibile che il cercare di controllare tutto sia di per sé fonte di ansia. Così come pare piuttosto evidente che il cercare forzatamente un qualcosa di positivo, il cosiddetto effetto Pollyanna, possa essere una strategia che a lungo termine mostra facilmente di essere un qualcosa di non basato su un atteggiamento realmente sentito e maturato nella personalità.

[2] Se ci si pensa bene, in tal modo la terapia psicologica diviene un protocollo standard da applicare in cui si perde la soggettività di chi ci siede davanti.

[3] Non a caso molti giovani riferiscono di annoiarsi. Percepiscono noia e ciò pare paradossale se si pensa alla quantità di stimoli presenti, ma ciò diviene più comprensibile se si comprende come i troppi stimoli possano impedire un contatto più sentito con se stessi.

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