Malinconia e Melanconia

Con un felice paradosso il celebre scrittore Victor Hugo definì la malinconia “la gioia di sentirsi tristi”. Una gioia difficile da afferrare, legata spesso ad un dolce indugiare nella propria fantasia volto a ricercare non di rado una bellezza, un qualcosa, dai contorni sfumati: un amore che non è mai arrivato realmente, un sogno nel cassetto a cui si guarda con un piacevole mix di desiderio e rassegnazione. A differenza della nostalgia, nella quale si soffre per l’assenza di un passato ben specifico, la malinconia rimane uno stato d’animo di fondo maggiormente indeterminato. Un cuscino morbido, nel quale trovare un certo ristoro. “I migliori momenti dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che , e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale”, scrive Giacomo Leopardi  nello Zibaldone  con parole non lontane dal “naufragar m’è dolce in questo mare”  che ritroveremo nella lirica più celebre, L’Infinito, dello stesso Leopardi. Per altri poeti, ad esempio per l’inglese John Milton, precedente al periodo leopardiano, la malinconia assume le sembianze femminili di una Musa, fonte di ispirazioni e visioni profonde. Scrive Milton ne “Il Penseroso”: Salve a te, o dea saggia e santa,/salve, assai divina Malinconia,/ il cui sacro volto troppo risplende/ per esser percepito dall’umana vista;/ perciò nella nostra debole visione/esso si vela di nero, tinta severa della Saggezza”. Un qualcosa di prezioso, di divino addirittura per Milton, che in John Keats (1819) diviene un’aspra dolcezza.

Eppure non sempre la malinconia è così sublime, talvolta essa si tramuta in melanconia, una condizione già nota agli antichi Greci e che per le sue caratteristiche pare rientrare nella moderna sfera dei disturbi dell’umore. Il termine melanconia deriva dal greco melancholía, composto di mélas –  mélanos e cholé, ovvero “bile nera”, ed andava a designare uno dei quattro umori basilari, insieme alla bile gialla, al flegma e al sangue, dalla cui combinazione dipendeva, secondo la medicina greca da Ippocrate in poi, il carattere e lo stato d’animo di una persona. Una persona poteva così avere un temperamento melanconico, caratterizzato da questo eccesso di bile nera capace di condurre ad una rabbia improvvisa e distruttiva. Aristotele nei Problemi inserì, per esempio, tra i melanconici Aiace Telamonio, suicida in un momento di follia, ed Eracle, valorosissimo eroe che preso dalla rabbia non riuscì a trattenersi dal massacrare i figli. Riflettendo sulla melanconia, Aristotele, anche per via del suo ben conoscere pensatori geniali del calibro di Lisandro, Socrate e Platone, si chiese “come mai quanti eccelsero in filosofia, in politica, in poesia o nelle arti, erano notoriamente di temperamento malinconico, e certi a tal punto, da soffrire di disturbi causati da un eccesso di umor nero?” Ponendosi tale questione, e cercando di rispondervi, Aristotele sostenne che i “malinconici sono individui eccezionali per natura, non per malattia” spostando di fatto l’accento dal piano biologico, il presunto eccesso di bile nera, ad una disposizione dell’animo umano. Da quel momento melanconia e malinconia, non solo sul piano terminologico, incominciamo a formare due polarità di uno stesso continuum in cui non è facile collocare una netta linea di demarcazione tra salute e malattia, normalità e patologia. In Democrito tale spostamento di focus diviene ancora più evidente. In una lettera attribuita ad Ippocrate, indirizzata ad un certo Damageto, viene narrato un incontro tra lo stesso Ippocrate e Democrito. Preoccupati per la salute mentale di Democrito, gli abitanti di Abdera consultano Ippocrate per l’anomalo comportamento di Democrito che alterna l’essere completamente assorto da ricerche solitarie, guardate con sospetto da tutti, a scoppi inopportuni di ilarità pubblica. Ippocrate chiede subito a Democrito se soffre di bile nera, ma le risposte del filosofo porteranno il famoso medico a cambiare idea: Ippocrate capisce che Democrito è impegnato a cercare di comprendere la cecità morale, oggetto di riso amaro da parte dello stesso filosofo, dei suoi concittadini dovuta alla sola concentrazione sulle attività pratiche dell’esistenza, e che pertanto il suo umore può essere influenzato da queste “conoscenze” di Democrito.

Così il conoscere, il riflettere sulla finitezza dell’essere umano, porta in maniera quasi del tutto naturale a chiedersi il come mai in talune occasioni tutto ciò conduce talvolta ad un’amarezza rabbiosa, che ricorda da vicino la melanconia, ed altre ad una saggezza che pare più prossima alla malinconia. Tale collegamento tra umore e caducità dell’essere umano è stato ripreso in tempi ben più recenti da Sigmund Freud, il quale in un suo lucido saggio, Lutto e Melanconia, collega esplicitamente una perdita, una fine di un qualcosa, alla condizione melanconica. Una perdita, da cui non si riesce ad uscire aggiunge Freud, perché non è stata persa solo una persona, bensì un qualcosa  di nostro che viveva solo nel legame con quella persona. Non si è vissuta esclusivamente una perdita, bensì anche un’amputazione di una parte di sé. E, è facile prevedere ammonisce Freud, che finché non ci sarà un recupero di se stessi, anche attraverso un rinnovamento dei propri “interessi libidici” per usare un’espressione freudiana, si rimarrà fermi allo stesso punto. Nella melanconia c’è quindi un’inamovibilità legata ad una perdita, soprattutto di se stessi. E nella malinconia? Anche nella malinconia c’è una forte perdita, una presenza di dolore, ma pare accompagnata da uno sguardo capace di cogliere una bellezza, e anche se tale bellezza non può essere eterna risulta capace di riempiere la vita.

Malinconia e MelanconiaPensiamo per un attimo ai tanti quadri, su tutti quelli di Giovanni Bellini, che raffigurano una Madonna con Bambino: spesso negli occhi della madre c’è una velata malinconia legata ad un prefigurarsi la perdita, tuttavia ciò non porta ad un ritiro bensì ad un vivere pienamente il momento. Perché ne coglie saggiamente l’importanza, nonostante sia un qualcosa di caduco, su cui grava il peso angosciante della morte. Probabilmente ciò non è così lontano dall’esperienza che vive ogni genitore, anche se nella stragrande maggioranza dei casi non si deve fortunatamente fronteggiare una morte concreta: gode, può godere, della bellezza della crescita del proprio figlio, ed in alcuni frangenti esperisce che piccole cose sanno riempirgli il cuore e cambiare il suo modo di percepire la vita, ma sa allo stesso tempo che quel momento è inevitabilmente destinato a morire. Certamente potranno esserci altre occasioni, se si è disposti a vedere ed ascoltare, che avranno un valore immenso, ma quello specifico momento non ci sarà più. E la malinconia è capace di riportare a quel vissuto senza che uno ne resti imprigionato. Anzi nelle situazioni ideali, aiuta ad aprire il cuore perché è come se in essa si celasse una sensibilità creativa. Ha scritto Carl Gustav Jung: “Nella malinconia si cela una parte molto importante della personalità, un prezioso frammento della psiche, da cui può scaturire la creatività, conferendogli un significato di alta spiritualità catartica.” Spiritualità catartica, ovvero una forma di catarsi che permette un’apertura all’esistenza. E forse è in questa mancata apertura che si può vedere una linea di frattura nel continuum che va dalla malinconia alla melanconia. Un esempio di questa frattura lo troviamo in Soren Kierkegaard, filosofo esistenzialista di spessore che scrisse pagine molte belle sull’amore [1], ma che non ebbe la forza di riuscire a viverlo. Interessante soffermarsi sulla vicenda umana di Kierkegaard perché disse di se stesso che fu “fin dall’infanzia preda di un’orribile malinconia”, e proprio per questo ci è di aiuto nel cogliere il come e il perché tale sguardo dell’animo rischia di tramutarsi in umore melanconico. Kierkegaard aveva sei fratelli, cinque gli premorirono, e tali morti lo scossero a tal punto che si convinse che non avrebbe superato i 32 anni. Aveva inoltre ricevuto una severa educazione religiosa e ciò contribuì a convincerlo, come del resto fu per il padre, che la sua famiglia stesse scontando un qualche peccato commesso in precedenza. All’età di 27, nel 1840, conobbe la diciottenne Regine Olsen di cui si innamorò, ricambiato, perdutamente. Scoppiò la passione, Kierkegaard le inviò pagine toccanti su etica e estetica, le donò un anello di fidanzamento e avrebbero dovuto sposarsi, ma dopo 14 mesi Kierkegaard ruppe il loro fidanzamento. Fu l’unica donna che amò per il resto della sua vita e la rimpianse sempre. Che accadde? Perché la lasciò di punto in bianco? Kierkegaard conosceva bene l’angoscia e il dolore per via di tutti questi lutti, tuttavia la sua inclinazione malinconica gli faceva anche riconoscere con gusto la bellezza, che vide nella sua Regine, ma non poteva sopportare l’idea che tanta bellezza non fosse per sempre. “Sembrava potesse fiorire, ma noi sapevamo che era già tutto appassito”, scrisse in una sua lettera [2]. Così rifiutò il suo amore, in un certo senso rinunciò al vivere, e spalancò le porte alla melanconia che nella sua vita si tinse di periodi intensamente depressivi. Rinuncia al vivere che più in generale, con ogni probabilità, spegne quella creativa predisposizione dell’animo malinconica a intravedere bellezza e saggezza trasformandola nel peso melanconico che rende pesante l’esistenza di per sé.

[1] Giusto per ricordare una sua massima celebre: “La gioventù è un sogno, l’amore il suo contenuto.”
[2] Citazione riportata da Gabriele Romagnoli in “Senza Fine” (2018, pag. 45)

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