L’Importanza di un Certo Tipo di Sguardo per la Persona Anziana

Negli ultimi anni la richiesta di psicoterapia proveniente da persone anziane é aumentata in misura considerevole. Per quanto manchino ancora numeri ufficiali a certificare questa tendenza, per gli addetti ai lavori si tratta di un fenomeno lampante. In parte essa pare dovuta al più generale invecchiamento demografico della popolazione, per cui essendo maggiore il numero delle persone anziane é anche maggiore la richiesta di aiuto avanzata da questa fascia di persone; in parte sembra connessa alla maggiore attenzione che la società nel suo complesso pone sul concetto di salute psicologica che non può non lambire anche le persone con più anni alle spalle.

Al di là delle possibili spiegazioni di tale maggiore interesse da parte delle persone anziane per la psicoterapia, può essere interessante soffermarsi a riflettere su quale anziano – di solito – arriva a consultazione. Quasi sempre si tratta di un anziano che è nella fase iniziale di questa parte della vita, ovvero di un anziano che ha cominciato da poco ad assaporare la vecchiaia e che forse, proprio per questo, ne è in qualche modo spaventato. Continuando questo identikit sommario, è una persona tra i 70 e i 75 in genere ben portati e senza particolari – considerata l’età – problemi di salute, che ha sempre lavorato e che tutt’ora cerca di tenersi attiva sia nello stesso ambito lavorativo, sia in quello familiare cercando di aiutare come può figli e nipoti. Sembrerebbe, a prima vista, quindi un anziano a cui non manca nulla: ha una discreta salute, sa di aver fatto bene nella vita, sente di avere ancora un’utilità sociale, eppure dentro di sé sente qualcosa scricchiolare.

In termini maggiormente psicologici, questo qualcosa che scricchiola può essere paragonato ad un’angoscia diffusa, ad una sorta di inquietudine interiore. Spesso tale inquietudine prende il via da piccoli-grandi episodi del quotidiano delle persone in questione: un rendersi conto che nel guidare i riflessi sono un po’ appannati; nel capire che con un nipotino non si ha tanta forza per stargli e corrergli dietro; nel mettere a fuoco che una semplice camminata comincia a costare parecchia fatica; nel capire che è sempre più complicato seguire le nuove tecnologie; e via dicendo. In sintesi, tutte situazioni che inchiodano davanti all’evenienza che non si è più quelli di una volta, con la consapevolezza aggiuntiva che non si potrà tornare ad essere quello/a di un tempo. Tutto ciò in parte ferisce l’anziano, poiché dietro questi significativi momenti del quotidiano si intravede l’ombra lunga della fine, è davanti ad essa è disorientato. Comprensibilmente disorientato, poiché – almeno in Occidente – tutta la vita è pensata come un fare, un costruire, un crescere sempre verso l’alto, ma l’età stessa che avanza smentisce questa visione dell’esistenza; altresì allo stesso tempo non dispone di un altro modo per intenderla. In sintesi, non sa come relazionarsi a tutto ciò, e non vuole neanche, e con ogni probabilità neanche potrebbe, condividerlo con persone più giovani quasi per non pesare su di loro; così si ritrova solo davanti a questa inquietante e pressante tematica e ciò talvolta lo conduce a chiedere aiuto ad un professionista del mondo psicologico.

Se quanto detto sino ad ora è verosimile, la psicoterapia in che modo può aiutare la persona anziana? Innanzitutto non negando il suo vissuto angosciante, cioè non eludendolo attraverso risposte che rischiano di suonare consolatorie senza esserlo realmente. Limitarsi ad osservare che possono esserci ancora molti anni davanti di vita, far notare che altri anziani si trovano in condizioni peggiori, e via dicendo, ha il limite sia di non aggiungere nulla di nuovo a quanto già pensato in precedenza dalla stessa persona anziana, sia – soprattutto – di non prendere fino in fondo sul serio il suo vissuto emotivo, poiché farlo realmente implica il cercare di vedere se esso può dar origine a qualcosa di diverso ed evolutivo per l’anziano stesso.

Rispetto all’ultima osservazione avanzata, ci si potrebbe per esempio chiedere: “Da questa ferita di non essere più quello di un tempo, può nascere qualcosa di prezioso?” Rispondiamo subito dicendo che questo qualcosa di prezioso ha a che fare con un profondo senso di libertà. Vediamo un attimo come possiamo intenderlo. In numerose occasioni la persona già piuttosto adulta fantastica da tempo su desideri – progetti -viaggi da fare e realizzare una volta maturata la pensione lavorativa: il viaggio tanto agognato e mai compiuto per mancanza di tempo, la casa fuori città finalmente acquistabile e vivibile con calma, ect… Idee  molto belle, e che meritano attenzione e rispetto, ma che – tornando al nostro discorso sul senso di libertà – sono accomunate dal considerare la libertà come un qualcosa di coincidente con un’azione esterna. Questo è un versante – utilissimo tra l’altro – della libertà; l’altro versante è una forma di libertà interiore, in genere meno coltivato rispetto all’altro. L’anziano invece, proprio per come è strutturata la sua condizione di vita, è nella situazione ideale per dedicarvisi. L’essere libero del dover fare a tutti i costi, dall’imperativo del crescere, dal doversi mostrare giovanile, paradossalmente, gli offre l’opportunità di essere più libero nel modo di pensare, ma soprattutto -forse – nel modo di vedere quanto lo circonda. Un brillante esempio di tale modo di vedere lo troviamo ne “L’Autore si spiega” di Josè Saramago, nel quale lo scrittore portoghese racconta il congedo di suo nonno dal mondo: “Mio nonno, mentre il carretto che doveva portarlo alla stazione ferroviaria era già davanti alla porta, andò nell’orto e salutò tutti gli alberi, abbracciandoli a uno a uno e piangendo. Questo vecchio pastore, rozzo, analfabeta, aveva dentro di sé un tesoro di sensibilità tale per cui, prevedendo di non tornare a casa, andò a salutare gli esseri viventi con i quali non aveva mai parlato, che apparentemente non sentono, mentre lui sì, lui parlava, lui sentiva, riconosceva quegli alberi che erano stati la sua vita, e si congedò da loro come si sarebbe congedato dai figli o dai fratelli o dai nipoti. Mio nonno non separava la vita dalla vita, era come se abitasse nella superficie delle cose ma, in fondo, dimostrò che il suo mondo era dentro di esse.” Si obietterà che non tutti possono avere l’acume e la sensibilità del nonno di Saramago, e ciò probabilmente è vero, ma ciò non toglie che ci si possa muovere verso un cercare di coltivare un certo tipo di sensibilità che il nonno di Saramago pare incarnare perfettamente.

Rafael Lòpez Pedraza in “Dioniso in esilio” scrive che la vecchiaia “richiede che si dia una risposta più psichica ad un corpo in decadenza”. Il punto che qui preme evidenziare è che tale risposta psichica non può che passare per il considerare la vita emotiva come una preziosa fonte di vita in grado di dare origine ad una coscienza sensibile capace di cogliere quel legame con il tutto che ci circonda e che proprio in virtù di ciò riesce a conferire pienezza e significato ad una fase della vita – la vecchiaia – che altrimenti rischierebbe di andare persa. E in tale processo la psicoterapia può essere di aiuto all’anziano, poiché essa da sempre cerca, attraverso l’ascolto di sé e del proprio cuore, di aiutare l’uomo a divenire pienamente umano, ovvero in grado di avere uno sguardo accogliente che tenga insieme sé, gli altri e il mondo che circonda. Perché tale sguardo d’insieme, come direbbe Carl Gustav Jung, costituisce “un’intelligenza del cuore” che salva dall’amarezza e avvicina alla saggezza. E tale sguardo con il cuore e anche ciò che salva la vecchiaia dall’essere solo un’attesa della fine.

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