Fine dell’Analisi e Tempo Vissuto

Quasi sempre durante un’analisi arriva un momento in cui il paziente, saggiamente verrebbe da dire, inizia a chiedersi e a chiedere come si fa a capire se il percorso è terminato o sta terminando. E’ sempre un momento comprensibilmente delicato perché ci si trova in prossimità del concludere un rapporto, che per alcuni versi costituisce anche un legame affettivo particolare, che ha rivestito una certa importanza per un periodo talvolta anche discretamente lungo.

Tale passaggio conclusivo dell’analisi possiamo considerarlo da diverse angolazioni, sintetizzabili in una serie di domande: c’è stata la remissione dei sintomi che hanno fatto sì che si chiedesse un aiuto? E’ presente una maggiore capacità di prendere decisioni? E’ presente un maggior senso di sicurezza ? La persona avverte un diverso senso di libertà interiore rispetto a quando ha iniziato ? E’ ben radicata una diversa capacità di ascoltare e di ascoltarsi ? Quei nodi che “bloccavano” il fluire dell’esistenza sono stati sciolti ? La persona sente di essere maggiormente completa e in equilibrio ? La coppia analitica ha l’impressione di essere riuscita a riflettere e a lavorare su tutto quello che era ragionevolmente possibile vedere? C’è un diverso rapporto con lo scorrere del tempo ? Certamente ognuna di queste domande, che a loro modo costituiscono dei criteri per approcciare il tema fine – analisi, richiederebbe e meriterebbe uno spazio di approfondimento ampio e specifico, tuttavia per ragioni di carenza di spazio preferiamo fermarci solo sull’ultima domanda posta, ovvero su come è vissuto il tempo al termine del percorso terapeutico rispetto al suo inizio. Naturalmente non ci riferiamo al tempo nel senso cronologico del termine legato allo scorrere regolare di minuti, ore e giorni, bensì al modo in cui esso è esperito soggettivamente. Perché il tempo è sempre filtrato dalla nostra soggettività, basti pensare a come ognuno di noi avrà avuto talvolta modo di notare che mentre tre ore piacevoli possono volare in un baleno, tre ore pesanti possono sembrare lunghe quanto tre giorni. Senza dubbio da un punto di vista cronologico le tre ore piacevoli e le tre ore pesanti sono perfettamente equivalenti, tuttavia da un punto di vista soggettivo chiunque è ben consapevole che il tempo pare avere delle qualità e delle sue peculiarità specifiche connesse all’esperienza che si sta vivendo e alla propria personalità.

Per comprendere meglio come viene vissuto soggettivamente il tempo, è in primo luogo utile suddividerlo nelle tre usuali dimensioni temporali: passato, presente e futuro. In maniera un pochino schematica, il passato è relativo al “ciò che è stato”, il presente alla condizione attuale, e il futuro a “ciò che verrà”. Tale suddivisione, come già detto utile per comprendere, presenta comunque sempre una parte di schematicità perché a ben vedere le tre dimensioni temporali non sono così facilmente divisibili [1] e fluiscono l’una nell’altra. Il passato, per esempio, incide su quello che siamo oggi, sul nostro modo di vedere e di vivere quanto ci accade, anche se paradossalmente con il trascorrere del tempo non siamo più sempre gli stessi di prima, e il futuro dipende da quanto accade oggi. Nonostante la schematizzazione del tempo presenti qualche “limite”, rimane piuttosto utile nel lavoro clinico. In alcune condizioni psichiche, infatti, prevale nettamente una dimensione temporale rispetto alle altre. Per esempio, nella depressione tutto la sguardo della persona pare rivolto al passato, i discorsi che ella fa sono di frequente infarciti di “se avessi fatto questo, se avessi preso quella decisione, se non fosse accaduto quell’evento….” che forniscono l’idea di un tempo vissuto soggettivamente come chiuso, paragonabile ad un pesante macigno che non viene scalfito dal quotidiano scorrere degli eventi. Nelle forme di ansia generalizzata, invece, tutta l’attenzione e la vita psichica pare concentrata su un tempo futuro, su quello che sarà. Spesso la persona con ansia generalizzata non può fare a meno di avere incessanti pensieri, per lo più pessimistici, sul futuro lavorativo e affettivo proprio e delle persone care. E’ come se la persona non riuscisse a godere, a rilassarsi, di un qualcosa che può accadere oggi. In altre condizioni cliniche, per esempio nel lavoro con il tossicodipendente, è come se invece esistesse solo un eterno presente. E’ come se fosse importante solo la dose giornaliera, tutto il resto non ha nessun valore. E così anche nel giorno seguente, e in quello ancora successivo. E’ come se ci fosse una dilatazione smisurata del presente, osservabile per esempio anche nella condizione esistenziale di tanti giovani adulti che vivono sempre come se fossero degli eterni adolescenti che devono correre e consumare l’esperienza del giorno perché di fondo, purtroppo, non credono minimamente nel loro futuro.

Considerato quindi come nelle diverse condizioni psichiche prevalga una dimensione temporale rispetto alle altre, il fatto che verso la fine del percorso terapeutico ci sia un diverso equilibrio tra passato presente e futuro diventa un indice indiretto del fatto che il lavoro terapeutico abbia prodotto trasformazioni e cambiamenti psichici decisamente positivi. In altre parole, nel momento in cui la persona depressa non è più rivolta esclusivamente al passato non è forse più nella palude della depressione perché qualcosa scorre nuovamente; così come nel momento in cui una persona con forte ansia riesce a beneficiare del qui e ora è con ogni probabilità in una condizione psicologica molto più serena rispetto al periodo iniziale della terapia; idem ancora per il tossicodipendente non più schiavo della dose di giornata, il che costituisce già un evidentemente cambiamento, o per il giovane adulto che finalmente riesce a pensare ad un futuro e può “liberarsi” del dover essere sempre uguale a se stesso.

In secondo luogo, ma non secondariamente, per capire in che modo il vissuto soggettivo del tempo può informarci sull’andamento di un processo analitico, possiamo valutare se c’è un equilibrio tra velocità e lentezza. La velocità permette di fare tante cose, la lentezza permette di godersele a fondo. Abbiamo psicologicamente necessità di entrambe. Pensiamo ad uno studente universitario: ha bisogno di velocità perché non può rimanere 15 anni all’università, ma ha bisogno anche di non preparare gli esami studiando dieci ore al giorno gli ultimi 15 giorni se vuole che il sapere e quella disciplina si sedimentino realmente dentro di lui. La velocità l’aiuta nel passare l’esame, la lentezza a fargli comprendere a fondo quello che ha studiato. Tuttavia nella società contemporanea godono di maggior consenso le idee legate alla velocità, al fare continuo, all’essere produttivi e via dicendo, mentre la lentezza viene considerata una sorta di handicap [2]. Mentre in ambito terapeutico si assiste spesso in maniera naturale ad una rivalutazione della lentezza. L’analisi di per sé è sostanziata di un tempo “lento”, dove in qualche modo ci si siede staccando gli stimoli esterni quali il telefono e il computer e ci si ferma dentro uno spazio dove si vive una salutare pausa di riflessione e di ascolto di sé. Ascoltare se stessi vuol dire anche fermarsi ad osservare i propri sogni, cercare di capire in che modo queste immagini interne cerchino di restituirci un modo diverso di vedere noi stessi. Ascoltare se stessi implica quindi uno scendere dentro qualcosa, sia che si tratti di un sogno, sia che si tratti di addentrarsi dentro un vissuto emotivo. E certamente ciò avviene con cautela e lentezza perché ci si muove su terreni poco conosciuti. Con il procedere del percorso analitico la stragrande maggioranza dei pazienti apprezza sempre più tale lentezza, anche perché scopre che grazie ad essa arriva a conoscere i suoi desideri e a capire di cosa senta realmente il bisogno. Tale naturale rivalutazione della lentezza, viene generalmente “esportata” dai pazienti stessi anche al di fuori dell’ora analitica. Un paziente racconta che si sta dedicando con cura ed amore ad un giardino, un altro che sta trovando tempo per del volontariato che lo riempie di senso, un altro ancora che apprezza sempre più il camminare, un altro ancora che sente di rigenerarsi nel momento in cui si dedica ad un’attività lenta come lo yoga, un altro ancora che riesce a godere di una buona lettura, e via dicendo. Grazie a tale rivalutazione della lentezza, le persone scoprono di sentire meno il peso della solitudine, nonostante possano anche essere fisicamente sole, perché è come se sapessero con certezza di non essere vuote. Certezza non garantita dal fare velocemente tante cose, anche se il fare tante cose ci permette di assolvere ai nostri numerosi impegni quotidiani.

Marie-Louise Von Franz, ha affrontato in vari saggi [3] il tema del Tempo dal punto di vista psicologico, ed ha osservato che gli occidentali per concedersi un tempo più lento debbano necessariamente mettere in conto che, oltre al tempo dettato dalla coscienza, esiste un’altra area della psiche, con un suo funzionamento autonomo, che non risponde necessariamente ai tempi dettati dalla coscienza stessa. Per capire meglio quest’altra area della psiche torniamo per un attimo a parlare di sogni. Essi, e nessuno potrà obiettare nulla a tal proposito, non sono un prodotto della coscienza già per la banale osservazione che un sogno arriva mentre una persona dorme. Cioè, mentre la coscienza riposa un’altra area della psiche, che possiamo definire inconscia perché agisce al di là della nostra volontà e al di fuori della nostra consapevolezza, cerca di comunicarci qualcosa. Ciò implica, per parafrasare una nota espressione freudiana, che “non siamo i padroni in casa nostra”. Invece siamo soliti pensare che tutto dipenda da noi. Anche quando parliamo di sogni anziché dire “mi è arrivato un sogno” siamo più propensi a dire “ho fatto un sogno”. Riuscire a dire “mi è arrivato un sogno” non è solo una questione linguistica, significa attribuire un certo valore al sogno in quanto implica il riconoscere che in esso possano esserci pensieri ed emozioni e contenuti che non erano coscienti. Riconoscere che il sogno è un elemento autonomo e naturale della psiche vuol dire riconoscergli una capacità elaborativa. E se nella psiche inconscia esiste quest’attività elaborativa, ne consegue che le va lasciato il tempo e anche lo spazio per far maturare i propri germogli. Come una pianta non cresce dall’oggi al domani, così una serie onirica che tende a trattare le stesse tematiche psichiche ha bisogno di un certo tempo per sviluppare completamente un certo tema. Carl Gustav Jung ha rilevato che un’attenta osservazione di una serie di sogni permette di notare come presi nel loro complesso essi si muovano a spirale, di come tendano cioè a ruotare su un tema “fotografandolo” da varie angolazioni e prospettive. Detto in altro modo, i sogni cercano di realizzare una panoramica molto ampia di una stessa tematica psichica. Offrono uno sguardo ampio, circolare, ma indubbiamente non dotato della velocità della coscienza che per sua definizione tende invece a muoversi in una direzione psichica ben specifica. La coscienza va o a destra o a sinistra, mentre l’area inconscia va sia a destra che a sinistra; la coscienza si muove verso l’alto o verso il basso mentre l’inconscio sia verso il basso che verso l’alto. Questa diversità di movimento psichico da parte della coscienza e dell’inconscio comporta che abbiano tempi di elaborazione molto diversi. Secondo Von Franz, quando una persona riesce a rispettare i diversi tempi dell’inconscio, riuscirà anche coltivare un buon rapporto con la lentezza equilibrandola senza particolari difficoltà con la velocità, perché è ben conscia del fatto che in quella lentezza, che in apparenza potrebbe sembrare “tempo perso”, si nascondono le possibilità di riuscire a vivere in una maniera più “completa”. Ovvero di riuscire a vivere in un modo in cui il tempo viene percepito come un Tempo Vissuto.

E quando il tempo è più vissuto, quando questa dicotomia tra Velocità e Lentezza diviene più sfumata, si può essere certi che l’analisi può concludersi con la consapevolezza che essa è riuscita ad incidere positivamente su qualcosa di molto importante: la qualità della vita.

[1] Se ci si pensa bene, definire cosa sia il presente richiede in ogni caso una certa arbitrarietà perché in senso stretto appena termina una qualunque azione o frase essa entra a far parte del passato. Ma tale modo di concettualizzare il presente avrebbe poco senso perché così facendo qualunque presente sarebbe a tal punto volatile da entrare subito a far parte del passato. In un certo senso tutto sarebbe passato, e non avrebbe alcun scopo parlare di presente. Il presente ha un senso solo considerato, e in ciò c’è inevitabilmente un minimo di arbitrarietà, in una maniera ampia. Continuando questa breve digressione, anche guardando più da vicino il passato possiamo notare che esso richiede una valutazione umana dei suoi confini. Per esempio, potremmo dire che un qualcosa è realmente passato nel momento in cui non incide più, seppur in una minima parte, sul presente e di conseguenza anche sul futuro. Ma anche in questo caso tale valutazione non è così semplice e/o scontata.

[2] Chiunque abbia figli in età da scuola elementare potrà facilmente notare come la scuola, uno degli elementi basici della società, abbia dei programmi vastissimi in ogni materia. Ciò comporta che ad ogni argomento di italiano e matematica vengono dedicate solo poche ore, per passare poi ad un altro argomento e ad altre materie con troppa disinvoltura. Il rischio che qui si vuole segnalare è che in tanti bambini tale veloce operosità non favorisca una capacità di apprendimento stabile nel tempo, come dimostrato dal boom di diagnosi DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) che caratterizzano la scuola italiana. Probabilmente molti bambini classificati con un DSA avrebbero solo bisogno di procedere con meno fretta. Per un approfondimento di tale delicato argomento sono consultabili i lavori del pedagogista Daniele Novara.

[3] Per esempio in “Psiche e Materia”, in “Le Tracce del Futuro” e in “Divinazione e Sincronicità”.

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