Famiglie Attuali tra Prestazione e Percorso

Famiglie Attuali tra Prestazione e PercorsoIn un recente articolo pubblicato su questo sito, “Famiglie Attuali e Condivisione”, viene posto in evidenza come l’eccesso orizzontalità e condivisione caratterizzante attualmente molte relazioni genitori-figli può comportare una marcata tendenza a proteggere i ragazzi che non ne facilità la crescita. Un terreno classico dove rischia di accadere ciò è costituito dalla scuola. In un bel libro sul rapporto che i genitori hanno con la scuola, “Sono puri i loro sogni” dal significativo sottotitolo “Lettera a noi genitori sulla scuola” (2017), Matteo Bussola analizza come i rapporti genitori – insegnanti siano spesso intrisi di sospettosità e da un mancato riconoscimento dell’autorevolezza dell’insegnante. Racconta mille esempi tratti dalla sua esperienza quotidiana di giornalista e padre di tre figli dai quali si evince come i genitori siano tendenzialmente portati a tutelare i loro figli a prescindere, per un richiamo, per un pessimo voto, per un conflitto con un professore, o per una bocciatura.

Talvolta, catturati da questa vicinanza affettiva ed emotiva nei riguardi dei ragazzi, li si invita persino a copiare. Bussola segnala come così facendo il genitore, ovvero ponendosi quasi univocamente dalla prospettiva del bambino-adolescente, rischi di perdere la sua credibilità di figura guida. Difficile non concordare, anche se umanamente è piuttosto comprensibile l’atteggiamento del genitore perché sa che il proprio figlio vive in una società complessa e difficile. Una complessità che genera protezione, la quale tuttavia oltre a minare la credibilità degli adulti, come dice Bussola, potrebbe privare i ragazzi della possibilità di apprendere da errori, cadute, conflitti e frustrazioni che costituiscono parte integrante e vitale della crescita e del percorso esistenziale. In “Scopi della Psicoterapia” un Carl Gustav Jung ormai già maturo ed esperto scrive: “Durante la mia pratica quasi trentennale di psicoterapeuta, ho totalizzato un numero considerevole di insuccessi, che mi hanno colpito più dei miei successi. Chiunque, a partire dallo stregone primitivo e dal guaritore, può riportare in psicoterapia successi, dai quali apprende poco o niente perché servono principalmente a confermarlo nei suoi errori. Gli insuccessi invece sono esperienze estremamente preziose, in quanto non soltanto ci aprono la via verso una verità migliore, ma ci costringono altresì a mutare metodi e punti di vista.” (Jung, 1929, Vol. 16°, pag. 47). Senza errori, in sostanza racconta Jung, non sarebbe stato quel maestro del pensiero psicologico che in effetti è stato ed è ancora. Lasciar vivere un conflitto al figlio può insegnargli l’apertura verso l’altro, da un pessimo voto o da una bocciatura può nascere un senso di responsabilità non dettato da ragioni esterne, una caduta può suggerire una saggia prudenza, un errore può far apprendere l’arte di conservare in sé stessi sempre un certo grado di umiltà, così come una sconfitta può indurre salutari riflessioni. In sostanza, esperienze frustranti e crisi servono perché aiutano il figlio/a cogliere la propria dimensione e identità. Tuttavia ogni genitore pare talvolta più orientato psicologicamente ad evitare che il/la ragazzo/a viva le conseguenze immediate di errori e scivolate che non sul più generale percorso di crescita. E ciò spesso accade in una maniera sottile, perché, al di là dei casi più estremi narrati da Bussola, il genitore rischia di proteggere eccessivamente il proprio figlio ponendo costantemente l’accento sulla prestazione, sul far bene, sull’assoluta importanza del risultato a scapito di ogni altra cosa. In un certo senso, paradossalmente, protegge il figlio educandolo ad ottenere prestazioni di successo. Perché la prestazione e il successo rassicurano. Fanno sentire bravi e capaci. Infondono sicurezza. Sono una garanzia del proprio modo di procedere nel mondo, mentre errori, crisi e cadute possono far male e ferire autostima e narcisismo, anche se hanno il dono di far porre domande e di tirare fuori lati della personalità e del carattere che altrimenti potrebbero rimanere sopiti. Ed in tali caratteristiche ritroviamo quella preziosità degli insuccessi così ben descritta da Jung.

Naturalmente non si vuol demonizzare lo spingere un bambino – adolescente rispetto al cercare di far bene, si vuol solo segnalare le difficoltà che pone tale forma di protezione nel momento in cui diviene un valore cardine di tutta la vita. Proviamo ad immaginare un bambino che deve eccellere in tutti gli sport che pratica, avere il massimo voto in tutte le materie, sapersi comportare in una maniera consona in tutte le situazioni senza sporcarsi, senza cadere e via dicendo. Un bambino quasi perfetto sembrerebbe, che però potrebbe avere delle difficoltà a sentire quale sport gli interessa maggiormente, a capire quale materia vorrebbe che fosse la base del suo lavoro da adulto, o a percepire la bellezza e il piacere che c’è nel giocare, nell’essere bambino e nell’avere un contatto anche corporeo e diretto con la natura. Perché dominato psicologicamente dall’idea di dover far bene. Un bambino che rischia di arrivare in maniera precisa e puntuale alla destinazione dell’essere adulto, ma con la sensazione sotto traccia di essersi perso qualcosa di vitale, che egli stesso potrebbe faticare in seguito a descrivere.

Non è infrequente infatti che giungano a consultazione nella stanza di analisi persone di successo, in passato bambini modello. Manager attualmente capaci di ottenere risultati sbalorditivi per se stessi e per le società di cui fanno parte, ma con un senso di vuoto e un vissuto di insoddisfazione che non riescono a colmare nonostante abbiano ottenuto tutto. Persone affamate di successi, ma che non riescono a godere di essi e che finiscono in una bulimia prestazionale che sconforta, perché per quanto abbiano una vita piena di impegni allo stesso tempo la percepiscono come vuota. Come se queste persone ad un certo punto facessero fatica a capire chi sono e perché stanno facendo tutto ciò. Come se le loro prestazioni non arricchissero emotivamente, come se non le trovassero psicologicamente nutrienti.

Ne “Il Mito del Denaro” Claudio Widmann (2009) si sofferma sulla possibilità che il denaro rischi di divenire, in talune occasioni, un complesso autonomo della psiche. Diventa cioè un fine e non un mezzo. Diventa la vita e non un qualcosa per vivere. Un qualcosa da raggiungere, anche se di quel qualcosa poi non se ne fa nulla. Un qualcosa che ha valore di per sé, e non in relazione ad altro. Un elemento autonomo nel quadro della psiche. Discorso analogo può essere esteso alla prestazione quando essa diviene un valore di per sé che non ha una relazione psicologica con altri aspetti della vita di una persona. Come se una specifica prestazione costituisse un frammento staccato dal resto, capace di assicurare protezione da errori e cadute,  e che si eroga il diritto di coincidere con la vita. Coincidenza, quella tra prestazione e vita, che finisce quasi inesorabilmente con il frastornare la persona stessa.

Viene da chiedersi, come si possono aiutare le famiglie attuali a non cadere “vittime” di una forma di protezione così “seduttiva” e capace di trasmettere un senso di sicurezza in una società così complessa come quella contemporanea? Ci suo può relazionare a tale questione tentando di depotenziare il valore psicologico della prestazione. In che modo? Ovviamente non può essere fornita nessuna risposta univoca perché ogni persona è diversa ed ogni famiglia ha una sua storia, è però possibile tenere a mente che il rapporto che intercorre tra prestazione e percorso ricorda da vicino quello che caratterizza destinazione e viaggio. Un viaggio, generalmente, acquista colore, spessore e significato, diviene cioè formativo, più per quanto accade durante il viaggio che non per il fatto in se per sé di raggiungere la meta. Una destinazione può essere desiderata, fantasticata ed infine raggiunta, ma essa assume un senso più profondo solo se non è disgiunta dal viaggio che l’accompagna. Idem per la prestazione, se non trova un suo valore all’interno del quadro più ampio di una personalità rischia di essere solo una bella cartolina incapace di incidere e sua volta di lasciarsi plasmare dal percorso esistenziale più ampio di una persona.

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