Carlo Levi Letto In Un’Ottica Junghiana

Carlo Levi Letto In Un’Ottica JunghianaCarlo Levi è stato un grandissimo scrittore e pittore, lo è stato a tal punto che è difficile stabilire in quale delle due arti eccellesse maggiormente. In questo breve articolo, che non ha nessuna pretesa di analizzare le opere di Levi dal punto di vista letterario e pittorico, ci soffermeremo principalmente su “Cristo si è fermato a Eboli” per mettere in luce alcuni aspetti psicologici presenti nelle opere di questo maestro di penna e pennello. Carlo Levi nacque a Torino nel 1902 da una famiglia di origine ebraica appartenente alla buona borghesia torinese.

Fin dalla tenera età di tredici anni mostrò un certo talento per la pittura che non gli impedì di laurearsi già nel 1923 in medicina. Tuttavia il giovane Levi deciderà, anche perché catturato oltre che dalla pittura dalla passione nascente per la politica, di non esercitare la professione medica. Il profondo interesse per la politica e per le sorti del paese lo portarono ad aderire alla sezione torinese del movimento “Giustizia e Libertà” che gli causò due arresti e poi l’accusa di attività antifascista che culminò nel confinamento politico nel 1935 in due paesini di poche anime della Basilicata, Grassano e Aliano. Quell’esperienza di esilio, terminata in concomitanza della guerra di Etiopia promossa dal regime fascista, diede origine quasi dieci anni dopo a “Cristo si è fermato a Eboli”. In questo capolavoro della letteratura italiana, che si muove con elegante armonia tra l’essere un romanzo – un diario personale e un raffinato trattato di sociologia, incontriamo in quasi ogni capitolo un personaggio che contribuisce a delineare il desolante quadro di un ambiente  in cui le classi sociali più agiate paiono eternamente impegnate a riproporre l’eterno conflitto tra borbonici e liberali, anche sotto l’egida del fascismo, nel quale si ritrova improvvisamente catapultato Levi. Un conflitto tipicamente meridionale tra borbonici e liberali, sul quale di tanto in tanto si affaccia l’ombra lunga del brigantaggio, di cui Levi pare sempre più un osservatore partecipante. Si va dalla finta autorevolezza bonaria incarnata dal podestà don Luigino, che inevitabilmente fa coppia con il maresciallo dei carabinieri che in pochi anni è riuscito a mettere da parte “40000 lire” con le sue vessazioni ai contadini, ai “medicaciucci” tra cui primeggia il dottor Gibilisco che per qualunque malanno è sempre pronto a prescrivere il chinino, al maestro elementare dallo schiaffo facile, all’ufficiale esattoriale più forte con i deboli che non con i forti, al sacerdote ingiustamente “esecrato” Don Traiella che ha ormai smarrito ogni fede nella sua comunità, passando per Donna Caterina, sorella del podestà e vero dominus del paese, per il vecchio becchino e banditore comunale che conosce le mille astuzie del diavolo, per il barbiere emigrato e tornato dagli Usa, per il fedele e folle cane Barone, per Giulia la Santarcangelese, la donna-strega che l’aiuta nella gestione della casa egli fa conoscere la medicina non ufficiale, e infine per i contadini, ovvero quegli ultimi per i quali la storia e il tempo paiono sospesi in un’eterna e sempre uguale a se stessa ciclicità.

Levi non nasconde il suo disprezzo per la piccola borghesia e la sua profonda simpatia per i contadini. Della prima dirà: “Tutti i giovani di qualche valore, e quelli capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano più. In paese ci restano invece solo gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi. Questa classe degenerata deve, per vivere (i piccoli poderi non rendono quasi nulla), poter dominare i contadini, e assicurarsi, in paese, i posti remunerati di maestro, di farmacista, di prete, di maresciallo dei carabinieri, e così via. E’ dunque questione di vita o di morte avere personalmente in mano il potere” (Ope. Cit. pag. 28). Per i contadini nutre invece un affetto via via più solido. Essi lo apprezzano non solo perché vedono in egli un medico, sì perché nonostante Levi non avesse mai esercitato come medico non può rimanere inerme dinanzi allo sfacelo che gli si para quotidianamente dinanzi e decide di curarli, che si impegna realmente con essi, ma perché sentono, ed anche Levi sente ciò, che c’è un qualcosa di forte e profondo che li accomuna: l’essere entrambi vittime della violenza dello Stato. “Lo Stato – dicono i contadini – , qualunque sia, sono quelli di Roma, e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani [1]. C’è la grandine, le frane, la siccità, e c’è lo Stato. Ci fanno ammazzare le capre, ci portano via i mobili di casa, e adesso ci manderanno a fare la guerra. Pazienza!”. Poche righe più avanti Levi racconta la tipica conversazione che gli capitava di avere nei suoi primi giorni a Gagliano [2]: “- Chi sei? Addò vades? – Passeggio, – rispondevo, – sono un confinato. – Un esiliato?. – Un esiliato? Peccato! Qualcuno a Roma ti ha voluto male-. E non aggiungeva altro, ma rimetteva in moto la sua cavalcatura, guardandomi con un sorriso di compassione fraterna.” (Ope. Cit. pag. 73)

Questo comune destino, questo essere per così dire stranieri nel proprio paese, conduce a Levi a divenire sempre più attento al mondo dei contadini, a cercare di capire il modo in cui essi vivono ed esperiscono ciò che li circonda. E il medico scrupoloso, l’intellettuale pieno di pathos e ideali che aveva già avuto modo di conoscere i fratelli Rosselli e  Antonio Gramsci, l’artista ancora non del tutto formato che aveva già incontrato Amedeo Modigliani, si trova dinanzi ad un mondo che gli è sconosciuto nelle sue leggi ed è vissuto come radicalmente Altro, ma nonostante ciò ritiene che questa alterità abbia qualcosa di significativo da comunicare nel senso più lato del termine. Così Levi si trova a cercare di comprendere un qualcosa con cui dovrà poi inevitabilmente confrontarsi tutta la vita: “Tutto, per i contadini, ha un doppio senso. La donna-vacca, l’uomo-lupo, il Barone-leone, la capra-diavolo non sono che immagini particolarmente fissate e rilevanti: ma ogni persona, ogni albero, ogni animale, ogni oggetto, ogni parola partecipa di questa ambiguità. La ragione soltanto ha un senso univoco, e, come lei, la religione e la storia. Ma il senso dell’esistenza, come quello dell’arte e del linguaggio  e dell’amore, è molteplice, all’infinito. Nel mondo dei contadini non c’è posto per la ragione, per la religione e per la storia. Non c’è posto per la religione, appunto perché tutto partecipa della divinità… tutto è magia naturale.” (Ope. Cit. pag.111)

Levi, però, non riduce tutto ciò a superstizione, ignoranza, e via dicendo, anzi mostra un certo rispetto per tutto ciò, perché capisce che la Natura è la vera divinità per i contadini e che essa agisce sulle loro esistenze e sulla loro forma mentis. Anzi, intuisce che il rapportarsi evitando di avere una vaga puzza sotto il naso verso questo mondo, potrebbe renderlo un artista con una diversa profondità di sguardo.

Carlo Levi Letto In Un’Ottica JunghianaQuesta straordinaria capacità di Levi di vedere l’Altro e il mondo senza volerlo per forza etichettare e confinare in una categoria del già noto, verrà poi riconosciuta da altri grandi del pensiero e della letteratura. Giulio Ferroni dice che in Levi è “presente una calda intimità con le cose”; Jean-Paul Sartre scrive che in Levi “c’è un’animosa curiosità per tutte le forme del vissuto” che lo portano ad avere “un immenso rispetto per la vita”; Italo Calvino, anche dipinto da Levi, sostiene che l’artista torinese “è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo.”

Nel saggio “Lo Spirito Mercurio” (1943) Carl Gustav Jung si dilunga per qualche pagina sulle idee ovunque diffuse riguardanti gli alberi che hanno una personalità e che contengono uno spirito o un demone. In sintesi, siamo dinanzi ad una natura divinizzata non dissimile da quella incontrata da Levi. Jung, nel saggio già citato, racconta una breve storia per mostrare come l’uomo moderno, e dietro ad egli la psicologia, rischi di scivolare su tutto ciò. L’aneddoto è questo: in Nigeria un albero di oji chiama un ascaro che tenta disperatamente di evadere dalla caserma e di correre presso l’albero. Interrogato sul perché di tale improvviso tentativo di diserzione, egli dichiara che tutti quelli che portano il nome dell’albero odono di quando in quando la sua voce. Jung osserva che l’uomo contemporaneo riterrebbe tutto ciò malattia, per la semplice ragione che gli alberi non possono avere una voce, e direbbe in termini psicologici che si tratta di un contenuto proiettato. Cioè l’ascaro crede di aver udito qualcosa, ma è solo un parto della sua vivida fantasia che ode questo qualcosa nell’albero. Ciò ha una sua logica ed un suo senso. L’errore, dice tuttavia Jung, sta nel liquidare la questione con questo atteggiamento che contiene un riduttivo “non è nient’altro che…”. “Cosa ne facciamo così del contenuto proiettato ?”, si domanda Jung.  Se anche non dovesse esistere uno spirito nell’albero [3], nulla toglie che quello spirito esista in noi, che dimori nella nostra psiche. Allora non si può banalizzare  il tutto, prosegue Jung, dicendo che era solo una proiezione, è necessario un passo in più e riconoscere la realtà della psiche. Una realtà, quindi, anche simbolica.

Carlo Levi Letto In Un’Ottica JunghianaLevi pare muoversi esattamente in questa direzione: conferisce una dignità psichica e una portata simbolica al mondo dei contadini e se ne lascia toccare. Egli non solo deciderà di farsi seppellire ad Aliano, mantenendo così per sempre “la promessa di tornare fra loro”, ma per tutta la vita proporrà la questione meridionale nelle vesti di giornalista, di scrittore che continuerà a raccontare il Sud Italia che incontrerà in seguito in Sicilia e in Sardegna, di parlamentare, di pittore capace di tirare fuori l’anima dei contadini nei suoi ritratti. A ben vedere, però, nel lasciarsi toccare dal mondo naturale dei contadini Levi, non è solo profondamente rispettoso dell’Altro, compie qualche passo in più: riconosce che quella natura è presente in egli stesso. Riconosce che la realtà simbolica è sia all’interno che all’esterno della psiche e che l’esterno simbolico può attivare, costellare, qualcosa internamente. Jung dice che non è solo la psiche ad essere dentro di noi, ma siamo anche noi ad essere immersi nella psiche. Levi, in qualche modo, si lascia trascinare in questa condizione di essere immersi nella psiche. Un piccolo esempio di tale immersione leviana nella psiche, lo troviamo nel suo rapporto con Barone il suo amato cane che racconta con queste parole: “Fin dal nostro primo arrivo a Gagliano, l’attenzione di tutti si posò su questo mio strano compagno: e i contadini, che vivono immersi [4] nell’incanto animalesco, si accorsero subito della sua natura misteriosa. Non avevano mai visto una bestia simile: in paese ci sono soltanto i segugi bastardi, buoni cacciatori talvolta, ma miseri, umiliati, plebei….E poi, il mio cane si chiamava Barone: in questi paesi, i nomi significano qualcosa: c’è in loro un potere magico: una parola non è mai una convenzione o un fiato di vento, ma una realtà, una cosa che agisce. Egli era dunque, davvero, un barone, un signore, un essere potente, che bisognava rispettare…..Quando egli passava, pazzamente saltando e abbaiando nella sua folle libertà naturale, i contadini se lo additavano, e i ragazzi gridavano: – Guarda, guarda! Mezzo barone e mezzo leone! Barone per loro era un animale araldico, il leone rampante sullo scudo di un signore. E tuttavia era soltanto un cane, un frusco come tutti gli altri: ma questa sua doppia natura era meravigliosa. Anch’io lo amavo per la sua semplice molteplicità.” (Oper. Cit. pag. 110). In questa “semplice molteplicità” è insito un paradosso capace di rendere, non solo il rapporto tra Levi e Barone più complesso e per certi versi più autentico, ma anche, se lo applichiamo in maniera più estesa, la vita in genere più piena.

In un vecchio filmato, intitolato “Specchio e Realtà” e consultabile sul sito della Fondazione Carlo Levi, questo grande artista racconta che durante il confino ad Aliano è riuscito a fare probabilmente i suoi ritratti migliori e ad essere una persona migliore, perché ogni volta che dipingeva qualcuno coglieva anche qualche nuovo frammento di sé e, soprattutto, si avvicinava ad esperire una certa “unità totale” con tutto. Perché l’Altro mondo è presente in noi e forse, seguendo in ciò le orme di Levi, sta lì per aiutarci a divenire più completi.

[1] “Cristiani” in tutto il racconto viene usato come sinonimo di uomini, di essere umani a cui viene riconosciuta una certa dignità.

[2] Il paese in realtà si chiama Aliano, come accennato in precedenza, ma Levi in onore della pronuncia linguistica locale preferisce lasciare il nome così come pronunciato dagli abitanti della zona, ovvero Gagliano.

[3] Jung è volutamente prudente perché da una parte sa che non esiste uno spirito nell’albero, da un’altra parte sa anche che la realtà in se per sé non è oggettivamente conoscibile. La realtà è sempre filtrata dalla psiche. Banalmente, se noi vediamo un albero di un determinato colore, è perché il nostro organo occhio funziona in un certo modo. Un qualsiasi animale, un gatto o un gufo, certamente percepiscono quegli stessi colori con altre tonalità. Ciò implica che non possiamo fare affermazioni certe e definitive sul colore dell’albero, e per estensione sulla sua essenza più intima perché qualunque cosa diciamo su di esso è comunque legata alla nostra psiche. Per queste ragioni Jung si muove con prudenza quando si tratta di stabilire con assoluta certezza in cosa consista la realtà esterna. L’unico dato su cui potremmo fare affermazioni del tutto certe è che l’albero ha un effetto psicologico su di noi.

[4] Da notare, giusto di sfuggita, come Levi utilizzi proprio il termine “immersi”.

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