Gli Attacchi di Panico

attacchi-di-panicoChi soffre di attacchi di panico si trova con una certa frequenza colpito, forse sarebbe più opportuno dire travolto, da un improvviso terrore, associato ad un imminente senso di morte che si esprime, oltre che con la paura di impazzire, con un insieme di manifestazioni somatiche, quali la tachicardia, la mancanza d’aria, la sudorazione, i disturbi addominali. Il terrore panico è così intenso che spesso la persona che ne soffre predilige evitare, di fatto circoscrivendo molto la sua vita, tutti quei luoghi e quelle circostanze che in qualche modo possono essere collegate all’insorgere dei primi attacchi di panico. Questa tendenza all’evitamento di luoghi o situazioni critiche può condurre allo sviluppo di una vera e propria agorafobia, non a caso in letteratura specialistica si distingue tra disturbo da attacchi di panico con e senza agorafobia (Gabbard 2000).
Per capire bene la sofferenza che genera un attacco di panico può essere interessante soffermarsi sull’etimologia della parola panico. “Panico” deve la sua origine al dio Pan, figura divina della mitologia greca, che con il suo aspetto e le sua urla spaventose suscitava uno stato di intenso terrore nei viandanti da cui si sentiva infastidito. Il viandante, non diversamente da chi oggi è attanagliato dagli attacchi di panico, sentiva di essere completamente in balia di una potenza incontrollabile e violenta della natura. La perdita di controllo su quanto accade, il non avere più certezze e punti di riferimento nella propria vita, il non avere più familiarità con quanto fino a poco prima lo era, ci permettono sia di paragonare l’attacco di panico ad una forza della natura che si scatena, sia di considerare le persone attualmente afflitte dagli attacchi di panico in uno stato psicologico verosimilmente vicino a quello dei  viandanti dell’Antica Grecia. Un effetto secondario, ma non trascurabile di tutto ciò, è una sorta di demoralizzazione secondaria che genera tutta questa sintomatologia. Uno stato di pesantezza e di sfiducia che si differenzia dalla depressione per il fatto che una sindrome depressiva vera e propria colpisce negativamente anche altri aspetti basilari della qualità della vita, quali la regolarità del sonno, un normale appetito, l’intensità del desiderio sessuale.
A questo punto due domande sorgono spontanee: Perché si scatena questa forza impetuosa chiamata panico? Cosa si può fare per uscirne? Prima di cercare di rispondere a queste domande, è utile considerare un elemento che emerge dalla prassi psicoterapeutica. Generalmente gli attacchi di panico fanno la loro prima comparsa in qualche fase di passaggio della vita: in prossimità del matrimonio,  con la decisione di avere un figlio, nel momento in cui ci si separa, con la scelta del lavoro o del percorso universitario. In altre parole si può dire, da un punto di vista strettamente descrittivo, che gli attacchi di panico sono collegati alle scelte di vita che una persona deve compiere. Per cogliere il perché di questa correlazione, attacchi di panico-scelte da compiere, è necessario ricorrere nuovamente agli insegnamenti che si possono trarre dall’esperienza clinica. Solitamente in tale ambito, nelle persone con attacchi di panico, emergono un paio di tratti caratteriali piuttosto comuni nelle pur diverse storie dei pazienti: l’incapacità di stare emotivamente soli e la tendenza a non esprimere, a comprimere, l’ambivalenza e gli elementi negativi insiti nelle varie situazioni esistenziali. Rispetto al primo tratto, è spesso facilmente riscontrabile come in questi pazienti l’attenzione affettiva ed emotiva sia completamente rivolta verso l’esterno: in parole semplici, questi pazienti si amano e si approvano solo in base a quanto sono considerati e amati dagli altri. Parlando in termini molto pragmatici, il paziente con attacchi di panico necessita così tanto dell’approvazione e della presenza dell’altro che finisce, pur di non correre il rischio di essere disapprovato e di rimanere solo, con l’assumere atteggiamenti e compiere scelte esistenziali del tutto compiacenti con le aspettative altrui. In sostanza, la persona con attacchi di panico finisce con l’ adeguarsi eccessivamente agli altri a scapito di se stessa. Questo adeguarsi alle aspettative altrui, osservando più attentamente, si potrà notare come sia piuttosto collegato con il secondo tratto precedentemente citato, la compressione degli aspetti negativi e ambivalenti. Infatti, è come se la persona che soffre di panico trattenesse i suoi dubbi, le sue paure, le sue perplessità, le sue fragilità. Per esempio, se deve nascere un bambino possono essere compresse, messe in sordina, le emozioni collegate alla responsabilità che un figlio comporta; se si sta separando trattiene le lacrime per la perdita che si sta consumando e via dicendo. E’ come se il panico fosse questa compromissione che esplode, ciò che non si è voluto vedere o sentire che si ripropone con forza.
Ha scritto il celebre analista junghiano James Hillman, nel suo “Saggio su Pan”: “Se Pan è il dio della natura dentro di noi, allora egli è il nostro istinto”. Tornando così alle questioni poste all’inizio dell’articolo, sul perché del panico e sul cosa si può fare, possiamo quindi dire che gli attacchi di panico si scatenano quando la persona si allontana eccessivamente dal suo istinto, o meglio dal compiere scelte di vita che siano naturalmente connesse con la propria profonda autenticità. Rimane il quesito del “cosa fare”. Se il problema centrale della persona che soffre di attacchi panico è connesso con il ritrovare la propria autenticità, le sedute psicoterapeutiche non possono esaurirsi nella sola risoluzione del sintomo, per almeno un paio di ragioni. In primo luogo il percorso terapeutico deve aiutare il paziente ad elaborare e digerire il suo timore di essere rifiutato e abbandonato, timore molte volte legato ad eventi passati concretamente accaduti in proposito. In secondo luogo, ma non per questo meno importante, la psicoterapia deve facilitare il paziente nel coltivare la capacità di sapersi fermare ad ascoltare e a riflettere sui bisogni e le inclinazioni più personali che meritano di trovare uno spazio maggiore nella vita del paziente stesso. Terminando questo breve articolo, si può dire che la violenza brutale dell’attacco di panico costringe la persona, mi si lasci usare quest’espressione,  a fare “ritorno a se stessa” e a dedicare la propria attenzione psichica a quello che Carl Gustav Jung ha chiamato “processo di individuazione”; quel processo cioè che consente ad ognuno di divenire quell’individuo unico e irrepetibile che sostanzialmente è, e che, proprio in virtù di ciò, permette di entrare realmente in relazione con l’altro.

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