Lo Spirito dell’Immaginazione Attiva e altre Tecniche Immaginative

Lo Spirito dell’Immaginazione Attiva e altre Tecniche Immaginative L’Immaginazione attiva è un modo diretto e immediato di relazionarsi all’inconscio. Tale metodo fu scoperto da Carl Gustav Jung, anche se solo in seguito lo definì con questo nome, in un periodo “di disorientamento” della sua vita, legato anche alla rottura con Freud, dal quale poté uscire grazie al confronto serrato e impegnativo con il suo inconscio.

Scrive Jung: “Finché riuscivo a tradurre le emozioni in immagini e cioè a trovare le immagini che in esse si nascondevano, mi sentivo interiormente calmo e rassicurato. Se mi fossi fermato alle emozioni, allora forse sarei stato distrutto dai contenuti dell’inconscio” (Jung, 1961, pag. 219). Jung non poteva fermarsi alle emozioni, aveva un bisogno inderogabile di scovare una figura personificata dietro le emozioni e i suoi stati d’animo. Incontrò così Elia e Salomé, e poi Filemone il quale gli insegnò “la realtà dell’anima”. Tutto – dirà poi Jung – è avvenuto in quel periodo: “Gli anni in cui ho seguito le immagini interiori sono stati il momento più importante della mia vita. Tutto il resto è derivato da questo.”

La grande intuizione di Jung, quella che gli ha permesso quindi di sviluppare appieno il suo lavoro, il suo pensiero e la sua personalità, fu quella di capire come le immagini potessero animarsi, essere dotate di vita propria. “Il verbo inglese to look at – scrive il maestro zurighese – non rende questo significato, ma l’equivalente tedesco betrachten vuol dire anche ingravidare…Perciò osservare una cosa o concentrarsi su di essa, betrachten, conferisce all’oggetto la qualità dell’essere gravido. E se esso è gravido allora ne deve venir fuori qualcosa; è vivo, produce, si modifica. Ciò accade con qualunque immagine fantastica” (Jung, pag. 100-101). In altre parole, la geniale maestria psicologica di Jung fu quella di relazionarsi alle immagini emergenti, all’inconscio, come se avesse dinanzi un altro soggetto e non un oggetto. Un soggetto vivificante in grado di permettere un’evoluzione dello status quo psicologico di un dato momento.

Tale affermazione che a primo impatto può lasciare basiti, diventa molto più comprensibile se ci figuriamo la psiche come un insieme di parti, tra le quali il nostro Io svolge una parte senza essere il Tutto, che cercano di stabilire una relazione tra esse. Se ci pensiamo bene, da questa angolazione, il sogno è un tentativo dell’inconscio di entrare in contatto con la coscienza. Il tentativo di una parte della psiche di “comunicare” con un’altra parte della psiche. Se l’inconscio cerca quindi di comunicare con la coscienza, possiamo anche osservare come l’attenzione della coscienza sulle immagini inconsce predisponga e solleciti l’inconscio stesso a comunicare direttamente con la coscienza. Ciò è quanto accade nell’immaginazione attiva. In una lettera, Jung scrisse che il sogno è come se fosse paragonabile ad una lettera che l’inconscio scrive alla coscienza, nell’immaginazione attiva, invece, è come se fossimo in presenza di una telefonata tra coscienza e inconscio. Come notiamo in questa metafora junghiana siamo in entrambi i casi davanti ad una forma di comunicazione tra coscienza e inconscio: con la differenza, tuttavia, che nel caso del sogno è l’inconscio ad iniziare il processo comunicativo, nel caso dell’immaginazione attiva è la coscienza a sollecitare l’inconscio affinché comunichi direttamente. Rimanendo all’interno della metafora lettera/telefonata, capiamo subito che si tratta di forme comunicative diverse: una lettera viene ricevuta, aperta con calma, letta e riletta per divenire fonte di riflessione; una telefonata è più veloce, si ascolta e si prende anche posizione. Senza presa di posizione, senza manifestare la propria reazione, non sarebbe una telefonata. E’ proprio ciò è quanto caratterizza l’immaginazione attiva, ovvero una partecipazione attiva e autentica della coscienza nel processo immaginativo. Senza tale partecipazione sentita e onesta della coscienza, dice Jung, l’immaginazione non è attiva, bensì passiva e con il rischio che si riduca ad un indugiare in fantasia. Detto in altro modo, la coscienza deve essere immersa in questo dialogo in maniera etica, umile e coraggiosa, se si vuole che tale dialogo produca i suoi effetti benefici.

A tal proposito ci si può quindi chiedere quando il ricorso a questo metodo è consigliabile e auspicabile. E’ stato lo stesso Jung a lasciare indicazioni, nei suoi vari scritti e negli anni, in materia. In breve: nel momento in cui c’è troppo materiale inconscio o ce ne è troppo poco; quando c’è un blocco emotivo/affettivo da cui non si esce; quando si è in presenza di immagini oniriche che hanno “catturato”, ma che non sono state colte; e soprattutto nel momento in cui si inizia a riflettere sulla necessità/opportunità di terminare l’analisi.

Si può notare come Jung non la suggerisca poi in numerosi casi: perché? Una possibile risposta la troviamo nel constatare che l’immaginazione attiva richiede alla coscienza, all’Io, una serie di qualità che non è detto che ci siano, o che ci siano in un dato momento. Qualità come umiltà, coraggio, pazienza, tenacia, etica. Umiltà perché è richiesto alla coscienza di confrontarsi con le immagini inconsce rinunciando alla pretesa, cosa non facile da fare considerando che il tutto si svolge per certi versi in casa propria, di saperne inevitabilmente di più dell’Altro sulla propria condizione. Coraggio perché è necessario inoltrarsi dentro un qualcosa di cui non si conosce in anticipo la metà. Pazienza perché le immagini possono anche impiegare molto ad animarsi. Tenacia perché bisogna trovare il giusto equilibrio tra ascoltare l’Altro e credere nella bontà della propria posizione. Etica perché la propria psiche, l’Altro dentro di noi, non è un giocattolo di cui si può disporre a piacimento e da ciò ne consegue che quanto emerge dal processo immaginativo non può essere cestinato rispetto alla propria realtà esterna.

E’ richiesto quindi un Io maturo, forte ma non rigido. Per questo Jung collega l’immaginazione al fine analisi, perché un simile atteggiamento cosciente è un qualcosa che si raggiunge dopo un certo lavoro su di sé. Ragionevolmente, dopo aver effettuato un certo periodo di analisi. In “Mysterium Coniunctionis” Jung definisce l’immaginazione attiva il “medium congedendi” del rapporto analitico. Un modo quindi per continuare un rapporto con l’inconscio anche e a prescindere dalla presenza del terapeuta. Non a caso, come ben riportato da Barbara Hannah (1981), Jung suggeriva sempre ai suoi pazienti di dedicarsi all’immaginazione attiva al di fuori della stanza analitica e di lasciarla, una volta terminata, entrare nella stanza stessa sia per condividerla, sia per vedere in che modo i sogni successivi potessero essere in relazione con l’esperienza immaginativa vissuta. Un modo, in sostanza, per aiutare il paziente ad avere un rapporto più personale con l’inconscio.

E’ andata proprio così? Per essere più precisi, come è stata recepita l’immaginazione attiva dagli studiosi junghiani? Gli analisti più direttamente vicini a Jung, come la citata Hannah o Marie-Louise Von Franz, hanno certamente fatto loro lo spirito con cui Jung intendeva l’immaginazione attiva e hanno cercato di farla conoscere ad un numero più ampio di persone. La Von Franz (1978), a tal proposito, ha anche proposto una suddivisione in quattro parti del metodo [1] che ne permettesse una comprensione e una diffusione maggiore. Ed in effetti pare aver raggiunto questo traguardo. Il lavoro di questa eccezionale studiosa è stato infatti così importante da aver generato una bellissima onda lunga recepita con estrema cura e intelligenza da analisti contemporanei, per esempio anche nel panorama italiano grazie al lavoro di studiosi del livello di Robert Mercurio o De Luca Comandini, che continuano a far conoscere ad un pubblico via via più ampio questo metodo e soprattutto lo spirito che lo anima.

Altri autori junghiani non di prima generazione, invece, come la Kroke o la Kast, hanno fatto un uso diverso dell’immaginazione attiva. Entrambe, per esempio, propongono un uso di questa tecnica durante la seduta. La Kast, autrice certamente brillante e acuta per alcuni versi, in particolare propone quella che lei definisce un’immaginazione attiva guidata. Questa studiosa, per esempio, suggerisce delle situazioni stimolo con una certa valenza simbolica: la persona può trovarsi in un certo paesaggio naturale, può imbattersi in un certo animale e via dicendo. E da lì vedere cosa accade, vedere cioè come tutto si trasforma e si rivela poi collegato con le situazioni esistenziali della persona che è scesa nella situazione immaginativa. Un modo di fare, per usare le parole della stessa autrice, che permette una “comprensione attuale di noi stessi e del mondo, o meglio la comprensione delle nostre possibilità relazionali” (Kast V., 1988, pag. 21). Obiettivo e risultato, se raggiunto, non da poco e certamente di aiuto in ambito terapeutico.

Questa tecnica, tuttavia, può essere definita immaginazione attiva? Da questo punto di vista il lavoro della Kast si presta ad almeno un paio di obiezioni critiche. In primo luogo, se è la coscienza a stabilire il punto di partenza dell’immaginazione attiva non si sta trattando l’altro in maniera paritaria e ciò in qualche modo “incide” su tutto il processo rendendolo meno profondo e meno sentitamente dialogico perché troppo strutturato. In secondo luogo, un altro punto critico di fondo è costituito dall’evenienza che se un’immaginazione attiva è guidata si allontana da quello spirito di autonomia dall’analista che tanto interessava a Jung.

Il che non vuol significare, come già dicevamo prima, che quanto proposto da autori successivi non sia di aiuto terapeutico. Anzi. Va però detto che si tratta di un qualcosa di diverso. Un qualcosa che prende spunto dall’immaginazione attiva senza tuttavia esserlo nello spirito. Un qualcosa che aiuta l’Io a chiarire delle situazioni, che aiuta la coscienza ad avere meno paura delle immagini. Un qualcosa di terapeutico, perché facilita nel credere maggiormente nel potenziale delle proprie immagini interne e proprio per questo può avvicinare all’immaginazione attiva intesa così come la pensava Jung, ma che tuttavia si muove su un differente piano terapeutico rispetto ad essa. Si muove non pensando ad un qualcosa che il paziente farà da sé, si muove con l’idea che sia la coscienza a dettare la cornice dell’incontro, si muove ancora all’interno di una visione della psiche in cui l’Altro, l’inconscio, non è pensato fino in fondo come un interlocutore paritario. Un interlocutore a cui lasciare la parola per primo.

[1] Le quattro fasi sono: lasciar accadere; rendere gravida l’immagine; entrata in scena; trasformazione oltre l’analisi. Un approfondimento di tale metodo è possibile trovarlo nel saggio “L’Immaginazione Attiva” curato da Robert Mercurio e Federico De Luca Comandini (2002, Edizione “La Biblioteca di Vivarium”)

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