La Razionalità e i Suoi Necessari Contrappesi

In linea generale il pensiero economico e sociologico, in particolare dagli studi di Adam Smith pubblicati nel 1776 in “La Ricchezza delle Nazioni”, ha sempre ritenuto la razionalità lo strumento per eccellenza al fine di prendere decisioni efficaci e capaci di garantire un risultato al singolo individuo. Per esempio, l’economia, intesa come scienza, postula che l’homo oeconomicus sia mosso da un intimo principio edonistico che lo porta a cercare di realizzare il massimo risultato con il minimo sforzo.

Mentre la sociologia, per esempio nel lavoro di Pareto e Weber, considera la razionalità quel tratto che permette di compiere scelte che hanno una coerenza interna tra mezzi e fini.

Si tratterebbe, quindi, di un uomo capace di fare un’analisi del contesto, delle sue risorse e dei suoi limiti, che sa esattamente quello che vuole, e che, solo dopo avere effettuato un’accurata comparazione dei costi e dei benefici di ogni singola opzione che gli si pone dinanzi, sceglie sempre la strada più idonea per sé. Un uomo analitico, calcolare, freddo potremmo dire, capace di fare previsioni esatte e con il pieno controllo della situazione. Capacità di controllo e previsione che gli consentono di pianificare azioni volte a tutelare il proprio interesse, vero dominus del suo agire. Un uomo, in sostanza, perfettamente e soltanto razionale.

Va sempre così? O meglio, ogni azione dell’uomo è basata su una ferrea logica costi-benefici? E se sì, siamo certi che ciò sia sempre e comunque auspicabile?

Lo psicologo israeliano Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002 per le sue ricerche sul comportamento economico dell’uomo, ha mostrato in maniera decisamente convincente sia che l’uomo non è poi così mosso da un agire razionale, sia che non è poi così capace di compiere stime e previsioni esatte. Un paio di esempi classici di ciò, secondo il Nobel, li riscontriamo quando chiediamo alle persone di valutare la pericolosità di una situazione usuale, come il viaggiare in aereo, che viene puntualmente sovrastimata rispetto al numero di incidenti annui che si registrano annualmente; oppure quando viene chiesto di valutare la propria capacità di guidare un’automobile, domanda a cui circa il 90% degli intervistati risponde di guidare in media meglio degli altri, il che, oltre ad essere impossibile da un punto di vista matematico, mostra come le nostre risposte siano ben lontane dall’essere scientifiche e oggettive. Perché siamo molto più emotivi e perché siamo molto più propensi a fare affermazioni in base a quanto ci ha colpito di più personalmente in passato che non attenti a compiere un’analisi così razionale della situazione da affrontare. Kahneman propone quindi una serie di strategie e tecniche per diventare più capaci di compiere scelte razionali.

E qui arriviamo ad un punto spinoso e delicato di quando parliamo di razionalità: se da una parte ci sono aree in cui è evidentemente auspicabile, come nell’ambito politico e sociale, che vengano prese decisioni ragionate e ponderate basate su un’analisi costi-benefici, basti pensare a come Il Covid 19 ci ha abituato a riflettere in termini di indici di contagio – su distanza di sicurezza e via dicendo o su come il tema immigrazione che riguarda tutti i paesi industrializzati dovrebbe essere affrontato al netto di un eccesso di emotività, in altri ambiti, sia pubblici che privati, è sempre un bene che sia così?

Facciamo un paio di esempi, e potrebbero essercene molti altri, che mostrano i limiti della razionalità. Pensiamo ai centri commerciali: ogni volta che una citta viene scelta come meta ideale dagli ideatori del centro commerciale, quella città soprattutto se piccolina, accetta spesso con entusiasmo perché razionalmente si ritiene che il centro commerciale sarà sia un’occasione di lavoro per molti concittadini, sia un qualcosa che renderà la cittadina più viva. Bene, il tempo non di rado mostrerà che non andrà esattamente così: i centri commerciali, per ragioni di spazio, sorgono in zone lontane dal centro cittadino e queste zone diventeranno città nella città dove a perire sarà la vecchia città. I centri commerciali, tra l’altro spesso ben curati e con un certo senso estetico, con la loro indubbia capacità di aggregare un certo numero di persone hanno tuttavia contribuito alla chiusura di tante attività nei centri storici delle città dove essi sono sorti. Le città, ripeto soprattutto quelle che hanno tra i 20 ei 30 mila abitanti, è come se si spostassero nella nuova sede della città a discapito dei centri storici. Al di là del saldo occupazionale più o meno negativo, perché con ogni probabilità sono più le attività che chiudono che non quelle che creano nuova occupazione, chi ci ha rimesso di più? Quali classi sociali sono state maggiormente penalizzate? I giovani perché si ritrovano in luoghi che secondo la brillante definizione dell’antropologo Marc Augè possono essere definiti non-luoghi, perché massificano e in essi non è possibile né riconoscere una storia né riconoscere quindi le proprie radici, e gli anziani che, abitando per lo più nei centri storici, si ritrovano circondati da un deserto in quanto tutto è ormai chiuso e ciò ne acuisce spesso il già pesante senso di solitudine. E se inoltre si pensa che in genere sono proprio le persone anziane ad avere le maggiori difficoltà di mobilità, si capisce come il tutto per essi costituisca anche un bel problema logistico. In questo caso potremmo chiederci se la razionalità ha portato anche saggezza, e la risposta non potrebbe che essere no.

Facciamo un esempio meno pubblico. Consideriamo uno studente che deve scegliere a quale facoltà iscriversi. Dato che si studia per poi lavorare, può essere logico e razionale consultare le ricerche annuali di Almalaurea sul tasso di occupazione che realizzano a tre anni dalla fine degli studi le varie facoltà. Basandosi su questi report statistici, un ragazzo/a potrebbe optare per medicina o infermieristica perché in un dato periodo possono garantire la ragionevole certezza di una futura buona occupazione. Ora, al di là del fatto che anni dopo, quando cioè il nostro ipotetico ragazzo/a si laureerà, il mercato del lavoro potrebbe essersi saturato, si può davvero scegliere una professione sanitaria senza averne una “vocazione”? Anche in questo caso la domanda è retorica.

Come mai la razionalità può talvolta rivelarsi un boomerang? Come mai la razionalità, questo strumento che ci distingue tanto dagli altri animali, può recare anche danno alla nostra vita?

La razionalità diventa un limite quando non ha qualcosa in cui specchiarsi. Quando è lasciata sola a sé stessa, in altre parole, la razionalità si perde. La razionalità se diventa l’unico metro di giudizio, se diventa l’unico criterio di orientativo e valutativo dell’esistenza finisce con il divenire vittima delle sue stesse elucubrazioni e della sua intrinseca tendenza a volere sempre di più.

La ragione dove può specchiarsi? A livello intrapsichico ognuno dispone di uno specchio interno: il sogno. I sogni rimandano immagini di sé nelle quali una persona può vedersi sotto luci ed angolazioni diverse che aiutano la ragione a non smarrirsi. E’ come se fossero un salutare punto di riferimento e di confronto interno. Nei sogni, infatti, una persona può vedere ciò che non aveva né visto, né considerato e ciò evita alla razionalità di cadere in un isolante solipsismo psichico.

Nel seminario sull’analisi dei sogni Carl Gustav Jung racconta il sogno di un suo paziente 45enne colto, benestante, ma infelice. Sposato formalmente, ma senza esserlo profondamente con la moglie, quest’uomo pare portatore di una difficoltà, al di là della sua specifica condizione, che può volendo può riguardare ognuno di noi. Il sogno in questione è questo:

Qualcuno mi porta una sorta di meccanismo. Vedo che c’è qualcosa che non va, che non funziona come dovrebbe. Lo smonto e tento di capire che cosa non vada. Il meccanismo ha la forma di un doppio cuore, la parte posteriore e quell’anteriore sono collegate d’acciaio. Nel sogno penso che ci debba essere qualcosa che non va nella molla, che non funzioni a causa di una tensione disuguale, come se fosse quattordici da una parte e quattro dall’altra.

Quello che non funziona è il cuore, troppa tensione, cioè energia, da una parte e quasi nulla dall’altra. Non c’è equilibrio. Qualcosa non è ben collegato, e questo qualcosa è dato da aspetti non collegati dentro di sé che poi finiscono anche con l’influire sul rapporto con la moglie. Nel commentare il sogno Jung ipotizza infatti che questo uomo sia troppo identificato con il pensiero razionale, troppo legato agli affari, ai soldi, e via dicendo, mentre l’altra parte del cuore, quella dei sentimenti, è trascurata e non coltivata.

A margine di questo sogno Jung afferma: “Un uomo cessa di vivere quando vive solo di idee razionali.” (C.G. Jung, 1928-1930, pag. 187). Non che la razionalità non serva, anzi tutt’altro, ma non può essere il dominus esclusivo della personalità. Non può essere cioè l’unico fattore che decide quale strada seguire.

A livello interpersonale uno specchio basilare per la razionalità è costituito dalla relazione con gli Altri, volutamente indicati con la maiuscola per sottolinearne l’importanza. Gli Altri ci aiutano nel vedere se siamo eccessivamente incentrati su noi stessi. Nell’Altro possiamo vederci, riconoscerci, ed eventualmente ravvederci perché spesso l’essere iper focalizzati su di sé è propria una spia del fatto che la ragione sta iniziando a diventare cieca, che sta iniziando a staccarsi dal sentimento e dalle ragioni del cuore. E trascurare il cuore significa esporsi ad una lenta ed inaridente pietrificazione. Significa perdere il contatto con la propria vitale umanità, e significa anche perdersi gli Altri.

Per concludere vorrei citare una grande scienziata e una donna con un cuore altrettanto grande che è riuscita nella sua vita a coniugare testa e cuore rendendo così la sua vita un esempio di completezza psichica, Rita Levi Montalcini: “Nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni. La ragione si fa adulta e vecchia; il cuore resta sempre ragazzo.” E chiunque per vivere pienamente ha bisogno del prezioso contributo di entrambi.

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