“Caveman – Il Gigante Nascosto”, regia di Tommaso Landucci (2021)

“Caveman – Il Gigante Nascosto”, regia di Tommaso Landucci (2021).

Presentato al Festival Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Giornate degli Autori, il film uscirà nelle sale italiane giovedì 17 Febbraio 2022.
Recensione scritta e pubblicata per il portale tematico “Cinema e Psicologia”
Roma, 30 Gennaio 2022

“Caveman – Il Gigante Nascosto”, regia di Tommaso Landucci (2021).“Caveman – Il Gigante Nascosto” è un film documentario di Tommaso Landucci che richiede di essere visto con immaginazione. Tutto in esso è appena accennato, quasi come se lo spettatore stesse vedendo una serie di foto, non ritoccate, ma proprio per questo commoventi e coinvolgenti, che fanno conoscere da vicino la creatività, l’arte, i dubbi amorosi, la paternità sofferta, la malattia terminale, lo spirito, di Filippo Dobrilla. Un mosaico di attimi e momenti, in un avanti e dietro temporale, che offrono un ritratto intimo di questo artista toscano che ha rischiato di rimanere sconosciuto al grande pubblico.

Grande pregio del film è quello di non essere né agiografico, né di essere pensato come un modo per rendere un eroe una figura, quella del Dobrilla, che è dotato di fatto, oltre che di talento, di una smisurata passione eroica. Come considerare altrimenti, se non un eroe, un uomo che per 30 anni con dedizione, costanza, energia, amore si inoltra ben 650 metri dentro una grotta delle Alpi Apuane per portare a compimento la sua opera di un gigante dormiente nel ventre della Terra? Eppure ciò non accade. Senza idealizzare Dobrilla, il film trasmette invece la progressiva sensazione di essere trascinati con delicatezza dentro l’esperienza stessa dell’artista, come se uno divenisse sempre più un osservatore partecipante che accompagna lo scultore fin dentro le profondità della montagna.

In automatico, o quasi, vedendo “Caveman” una domanda nasce spontanea: perché fare un’opera d’arte del genere in un luogo dove non potrà vederla nessuno? Dobrilla stesso durante il film fornisce una risposta, ovvero il desiderio di fuggire da mondi che possono imprigionare, ma questa risposta non convince del tutto. In qualche modo non risulta del tutto esaustiva. Dobrilla abitava già isolato su un monte, non si ravvede necessità di un ulteriore fuggire. Inoltre, se questa voglia di fuggire fosse stata così esclusiva e dominante, Dobrilla non avrebbe accettato l’idea di produrre un film documentario concernente la sua vita e il suo lavoro. Quello che pare certo è che in egli c’è di più rispetto al solo desiderio di isolarsi. Tutto, ogni cosa del suo modo di vivere e persino della sua abitazione, è tensione verso il passato, non tuttavia per semplice nostalgia, bensì per rispondere ad un’esigenza interiore di rinnovamento. E forse tale rinnovamento poteva essere condiviso dall’artista, solo una volta terminata l’opera, e con una modalità narrativa filtrata come può esserlo quella di un film, quasi come a tutelare da possibili sguardi intrusivi e giudicanti un qualcosa, il gigante dormiente, che per l’artista doveva rivestire un particolare valore intimo e privato.

Dobrilla pare animato da uno spirito creativo che potremmo definire junghiano. Il grande psicologo analista svizzero Carl Gustav Jung era solito passare diversi mesi dell’anno a Bollingen, paesino di pochissime anime sul lago di Zurigo, in una casa-torre che aveva edificato in parte da sé. Per settimane faceva a meno dell’elettricità e di altre comode modernità per stabilire un contatto più stretto con la Natura, per tornare ad essere “l’antichissimo figlio della madre”. A Bollingen Jung era completamente sé stesso, immerso nel silenzio e dentro una vita semplice riusciva a dare forma compiuta alle sue geniali intuizioni psicologiche. Essere semplice – era solito dire – è la cosa più difficile, perché essere semplici, nel senso più nobile del termine, vuol significare creare uno spazio Vuoto che possa sia lasciare “voce” all’Altro per eccellenza dentro di noi, l’inconscio, sia che possa preludere allo sgorgare della creatività. La Caverna per Dobrilla deve aver svolto una funzione simile. Non una fuga quindi, piuttosto un ripiegare introverso su di sé premessa di un furore creativo.

Naturalmente nessuno può affermare con certezza assoluta cosa accadesse a Dobrilla nel suo lungo sostare in caverna, tuttavia a noi piace immaginarlo come un moderno alchimista intento ad estrarre lo spirito, l’uomo nuovo e rinnovato, dalla materia. Detto giusto di passaggio, dovesse essere verosimile l’ipotesi che Dobrilla stesse cercando un rinnovamento di sé dentro la caverna, ovvero che stesse cercando di crescere da un punto di vista artistico e personale, può essere interessante soffermarsi a notare come tale ricerca creativa e spirituale la conducesse in basso e non in alto: con tale movimento psichico verso la profondità, e discostandosi di fatto non di poco da quelli che sono i canoni collettivi usuali, egli fornisce a tutti noi un’occasione per riflettere sul modo con cui tendiamo ad immaginare il processo di crescita psicologica.

Durante il lungometraggio lo scultore toscano ricorda che da bambino gli pareva strano che le statue fossero immobili e che non parlassero, ed in effetti divenuto adulto è come se gli avessero parlato. Una bella storia cinese, che troviamo negli scritti di Chuang Tze, racconta di un falegname che sapeva costruire campane così belle da lasciare senza parole tutti coloro che le guardavano. Interrogato sul come facesse a tirarle fuori dal legno, rispondeva sempre che lui non era altro che un comunissimo falegname senza metodo: prima passava tre giorni in ascesi per imparare a non fantasticare su lodi e ricompense, poi ne faceva trascorrere altri due per non pensare più a eventuali complimenti e/o critiche, poi dimenticava di avere un corpo e solo allora cominciava a guardare gli alberi. D’un tratto, all’improvviso, avvertiva una corrispondenza perfetta tra la sua natura e quella dell’albero, e solo in quel momento iniziava la campana. Questo aneddoto cinese per dire che nei grandi creativi è il materiale a parlare all’artista, nella storia cinese è l’albero a chiamare il falegname, in Dobrilla, che si presentava sempre come un allevatore-agricoltore, deve essere stata la “voce” della Caverna e della Pietra a chiamarlo.

Jung sostiene che l’avere un’intensa relazione psicologica con un oggetto finisce con l’ingravidare l’oggetto stesso, rendendolo un’immagine animata che per alcuni versi gode di vita propria. Definì tale metodo immaginazione attiva, ed era un modo per trovare un dialogo e una sintesi simbolica tra coscienza e inconscio. Dobrilla con tutta probabilità deve aver coltivato nel tempo una forma di dialogo con il suo gigante, e si può essere ragionevolmente certi che questo in qualche modo deve aver reso la sua vita più piena e degna di essere vissuta. Un vero peccato che sia stata così breve.

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