Tempo e Lentezza

In molte persone tra i 50 e i 60 anni, una percezione piuttosto comune del tempo è che esso sia volato, non è infatti raro sentirsi dire che “finita la scuola è stato un attimo”, o “se mi guardo indietro mi pare che tutto sia passato in un lampo”. Talvolta si tratta di una consapevolezza quasi improvvisa, spesso sgradita, sia perché quasi sempre legata alla perdita inaspettata e prematura di una persona cara, sia perché inquietante, in quanto in grado di mettere brutalmente dinanzi alla finitudine del tempo. Certo, non che prima una persona non lo sapesse, ma da una certa maturità in avanti è come se la dimensione temporale venisse esperita in una maniera più sentita: non si è anziani, ma non si è più neanche giovani, il che implica che con ogni probabilità il tempo rimasto a disposizione sia inferiore rispetto a quello già trascorso.

Davanti a questo scenario, si è spesso soli perché la morte è un tabù, è il rimosso collettivo del nostro tempo, con cui, tuttavia, a livello privato, intimo e individuale, è impossibile non confrontarsi. La maggior parte delle volte la risposta del singolo passa per il cercare di vivere quante più occasioni possibili, di fare quanto più si può in ogni campo, cercando di non lasciarsi sfuggire nessuna possibilità. Comprensibile, ma ciò comporta che si agisca sempre con una certa velocità e fretta smaniosa. Si pensi per un attimo a come si viaggia: si rimbalza da un posto ad un altro, si procede a tappe forzate e con un ritmo serrato da una località all’altra, quasi come delle palline di un flipper, per scoprirsi poi attraversati dal dubbio che del tanto girare e visitare sia rimasto poco. Ci si è spremuti a livello sia organizzativo che fisico, ci si è stancati, per rimanere quasi con un pugno di mosche in mano, perché le varie occasioni non si sono realmente trasformate in esperienze interiori autenticamente appaganti. Paradossalmente, davanti all’inesorabile e impietoso scorrere del tempo, abbiamo bisogno della lentezza, non perché essa riesca nell’impresa di rallentarlo, o fermarlo, bensì perché ha la capacità di ampliare il nostro modo di viverlo. Per approfondire quest’ultimo aspetto, sia permesso di citare un passaggio piuttosto lungo di Erling Kagge, grande scrittore e camminatore scandinavo:

C’è un consenso diffuso che andare da un posto a un altro in due ore invece che in quattro o in otto sia un risparmio di tempo. Da un punto di vista matematico sembra corretto, ma l’esperienza mi dice il contrario: quando aumento il ritmo, il tempo scorre più veloce. Quando mi sbrigo non riesco a cogliere quasi niente. Se vai verso una montagna in macchina e lasci che i laghetti, le colline, le pietre, il muschio e gli alberi ti sfreccino accanto, la vita si fa più corta. Non puoi sentire il vento, gli odori, il tempo atmosferico, o i cambiamenti di luce. Quando aumenti il ritmo, non è solo il tempo a ridursi, ma anche la percezione dello spazio. A un tratto sei alle pendici della montagna. Viene meno l’esperienza della distanza. Se quello stesso tratto lo percorri a piedi e ci metti un giorno invece di mezz’ora, allora respiri con più calma, ascolti, senti il terreno sotto i piedi e la giornata diventa tutta un’altra cosa. Fare conoscenza con le cose che ti circondano richiede tempo. E’ come costruire un’amicizia. La montagna giù in fondo, che si trasforma via via che ti avvicini, diventa una buona compagna ancor prima che tu l’abbia raggiunta. Gli occhi, le orecchie, il naso, le spalle, la pancia, e le gambe parlano e la montagna risponde. Il tempo si dilata, indipendentemente dai minuti e dalle ore. Camminare dilata ogni attimo.

In sintesi, è come se l’agire lentamente lasciasse un generoso spazio psicologico per poter cogliere diversamente le varie sfaccettature di quanto si sta vivendo, trasformando il tempo in un momento – più o meno lungo – ben speso, che in taluni frangenti diviene un’esperienza ancora più ampia. Nel 1867 Fëdor Dostoevskij si imbatté a Basilea in un quadro di Hans Holbein il Giovane, “Il corpo di Cristo morto nella tomba”, un’opera in cui si vede un Cristo in tumefazione, in putrefazione, non diversamente da qualunque altro cadavere: rimase quasi due giorni ad osservarlo, a vederlo. Ne fu così colpito che con ogni probabilità deve aver dato il là ad una serie di riflessioni sulla fede, sulla morte, sulla Natura, che sono poi confluite ne “L’Idiota”, uno dei suoi romanzi maggiori, nel quale i vari personaggi discutono sull’impatto psicologico del quadro in questione [1].

Tempo e Lentezza(Fëdor Dostoevskij – ritratto da V. Perov)  Se lo scrittore russo si fosse fermato solo 2 o 5 minuti davanti al quadro di Holbein, esso sarebbe penetrato tanto a fondo nella sua anima? Se avesse solo passeggiato distrattamente davanti a quel Cristo morto la sua creatività ne sarebbe stata fecondata in tal misura? Naturalmente no, e questo forse dovrebbe indurci a riflettere, per quanto nessuno di noi possa avere la sensibilità di un Dostoevskij, su quanto un tempo vissuto lentamente possa tramutare alcuni momenti in esperienze in cui nasce la sensazione di essere vicino all’aver realmente compreso e realizzato qualcosa di significativo, aspetti che a loro volta trasmettono una certa benefica prossimità ad una pienezza interiore. Pienezza interiore che è poi quel fattore, che più di ogni altro, permette di accettare la propria irreversibile finitudine.

[1] Per esempio, ne parlano Rogozin e il principe Myskin:
“Mi piace guardare quel quadro”, mormorò, dopo un po’ di silenzio, Rogozin. “Quel quadro! – esclamò il principe, colpito da un pensiero subitaneo – quel quadro! Ma quel quadro a più d’uno potrebbe far perdere la fede!” In un altro frangente, per avanzare un altro esempio, ne parla anche Ippolit, giovane segnato da una malattia terminale, che ne discorre sottolineando quanto la Natura sia anche più forte della divinità stessa.

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