Linguaggio e Benessere Psicologico

Christophe Clavè, docente di spicco presso l‘Institut des Hautes Études Economiques et Commerciales in Francia, ha analizzato una serie di ricerche, svolte nel suo paese e in altri paesi occidentali, sul quoziente intellettivo medio della popolazione ed è giunto alla triste conclusione che esso, dagli anni 90 del secolo scorso in poi, stia subendo un calo. Per spiegare tali risultati, si è focalizzato sul progressivo impoverimento del linguaggio: minore è l’ampiezza del linguaggio, minore è la capacità di pensare. Per ricorrere alle parole dello stesso Clavè, “più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare”.

Christophe Clavè, docente di spicco presso l‘Institut des Hautes Études Economiques et Commerciales in Francia, ha analizzato una serie di ricerche, svolte nel suo paese e in altri paesi occidentali, sul quoziente intellettivo medio della popolazione ed è giunto alla triste conclusione che esso, dagli anni 90 del secolo scorso in poi, stia subendo un calo. Per spiegare tali risultati, si è focalizzato sul progressivo impoverimento del linguaggio: minore è l’ampiezza del linguaggio, minore è la capacità di pensare. Per ricorrere alle parole dello stesso Clavè, “più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare”.

Un pregio dello studio del ricercatore francese è quello di fornire numerosi esempi che ci permettono di capire meglio le sue osservazioni, che non possono essere così liquidate come solo eccessivamente pessimistiche, o peggio ancora catastrofiche, come talvolta alcuni critici gli rimproverano. Per dire, rivela come l’abitudine ormai diffusa di esprimersi sempre all’indicativo, senza usare il congiuntivo anche quando sarebbe necessario, influenzi negativamente la capacità di pensare in termini ipotetici. In altre parole, mentre l’approccio dubitativo che implicitamente accompagna il congiuntivo apre ad altre possibilità e opzioni, le granitiche certezze dell’indicativo tenderebbero – soprattutto quando non se ne fa un uso corretto – a chiudere prematuramente un ragionamento, non favorendo quella necessaria apertura mentale, a sua volta in grado di facilitare l’intelligenza. Oppure ancora, osserva come il disuso di alcune parole incida di per sé sul modo di immaginare e pensare un fenomeno che si sta osservando: per esempio, rinunciare alla parola “signorina” promuove involontariamente l’idea che tra l’essere bambina e l’essere donna non esista una condizione di passaggio – quella di signorina appunto – che sarebbe invece importante per comprendere con intelligenza cosa significhi divenire donna. Ciononostante, è difficile concludere con certezza assoluta che il calo del quoziente intellettivo medio riscontrato in diversi paesi occidentali dipenda in via esclusiva dall’impoverimento del linguaggio. Potrebbe, almeno in parte, essere dovuto anche al fatto che le ultime generazioni – vista l’enorme quantità di stimoli a cui sono sottoposte da social e tecnologia in confronto alle generazioni precedenti – siano più allenate a sviluppare la capacità di tenere “aperte” tante finestre contemporaneamente, più che essere abituate a metterle in relazione tra loro, aspetto quest’ultimo che il test d’intelligenza certamente misura di più rispetto all’abilità tenere a mente un gran numero di stimoli sia pur non connettendoli tra essi. Detto in altro modo, non è detto che i ragazzi di oggi siano necessariamente meno intelligenti di quelli di un tempo, può darsi che – somigliando da questo punto di vista alle macchine con cui siamo tanto in contatto -abbiano sviluppato abilità cognitive diverse rispetto a quelle delle generazioni precedenti.

Ad ogni modo, e al di là del chiedersi se ci sia una relazione univocamente interpretabile tra impoverimento del linguaggio e risultati al Q.I. delle persone più giovani, può essere interessante trasportare le argomentazioni di Clavè su un piano psicologico: l’impoverimento del linguaggio incide, o può incidere, sul benessere psicologico di questi ragazzi e ragazze? Se prima di provare a rispondere a tale domanda, consideriamo come in Italia, nonostante i vocabolari più completi contino tra le 150.000 e le duecentomila parole, venga usato sì e non il 5% del vocabolario che potenzialmente avremmo a disposizione dalle persone con un’istruzione medio-alta, e ancor meno da persone con un’istruzione più basica, capiamo subito intuitivamente quanto sia esteso il fenomeno “povertà di linguaggio” e quindi, di conseguenza, come il chiedersi se esso abbia un’incidenza sul benessere psicologico non sia affatto una questione irrilevante. Tradotti in termini pratici, questi numeri e queste percentuali vogliono dire che usano, e a dire il vero usiamo, sempre le stesse parole, anche per descrivere esperienze diverse, e ciò può certamente avere un impatto sul discorso benessere. Vediamo come. Il fenomeno “povertà di linguaggio” talvolta è particolarmente evidente nel lavoro con gli adolescenti, sia concesso un esempio. Nel lavorare con questi ragazzi/e potrebbe capitare di notare come l’aggettivo “stressante” sia piuttosto ricorrente, al punto da apparire quasi una parola-ombrello adatta in tutte le situazioni: potrebbe essere utilizzata per un compito in classe, per una festa di18 anni da organizzare, per una relazione (“quella persona mi stressa”), per un lavoro estivo da svolgere, e per tante altre situazioni quotidiane. Tutto, in sintesi, sembrerebbe stressante. Il risultato qual è? Da una parte il termine stress perde di qualunque significato specifico, poiché è evidente che se tutto è stressante non ha senso parlare di stress; da un altro punto di vista – e questo è quello che ci interessa sul piano terapeutico – il definire ogni possibile aspetto del quotidiano “stressante” ha un peso sul modo di vivere le esperienze, ovvero tutte rischiano di tramutarsi in insopportabili, in qualcosa che va oltre le proprie capacità, in enormi. Tutte divengono fonte potenziale di ansia, e anche quando non si concretizzano in ansia effettiva rischiano di finire con l’avere tutte lo stesso tono emotivo, il medesimo sapore, la stessa atmosfera. Non è affatto un qualcosa di piacevole da vivere, non a caso tra i più giovani un certo malessere psicologico – l’esatto contrario del benessere – sembra purtroppo piuttosto diffuso. Allora, in più di qualche circostanza, il lavoro con gli adolescenti diventa in primo luogo un lavoro dove li si invita a trovare altri aggettivi, un lavoro dove li si incoraggia nel trovare le parole giuste: così un compito in classe può essere difficile, un lavoro da svolgere frustrante o pesante, una relazione potrebbe essere impegnativa, una festa da organizzare faticosa, e via dicendo. Non per una questione di estetica lessicale, bensì per favorire il fatto che un linguaggio maggiormente articolato possa aiutarli nel cogliere le varie sfumature delle esperienze vissute, in modo da donare, a quelle stesse esperienze, la giusta complessità emotiva. Perché in fin dei conti, per i nostri ragazzi/e, crescere e ritrovare un certo benessere esistenziale e psicologico significa riuscire a pensare ed elaborare diversamente quel fastidioso vissuto emotivo di sottofondo, che loro forse definirebbero “stressante”, che altrimenti rischia di accompagnarli ogni giorno. E per farlo, necessitano di parole. Parole che li aiutino nel vedere aspetti non considerati delle loro esperienze quotidiane.

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