Molte esperienze, spesso più in maniera implicita che esplicita, sono accompagnate dal tentativo di capire quale sia la distanza ottimale per osservare e godere appieno dell’esperienza che si sta facendo. Per esempio, nel guardare un quadro impressionista ci si accorge con facilità di come stando troppo vicino all’opera essa appaia un insieme poco distinguibile di colori e oggetti, per cui si è automaticamente portati ad indietreggiare di qualche passo, fino a quando non si scopre la “distanza giusta” per apprezzare a fondo quello che si ha davanti.
Parlare di “distanza giusta” richiama di per sé l’idea di vicino o di lontano, da questo punto di vista essa induce a chiedersi se siamo troppo vicini o troppo lontani dall’oggetto della nostra esperienza. Hermann Hesse, per esempio, era solito dire che le chiese viste da lontano sono tutte belle e che solo avvicinandosi è possibile notarne eventuali dettagli e particolari, che altrimenti passerebbero inosservati, che sono in grado di mostrarne anche crepe e difetti. Quindi, qual è, o quale sarebbe, la distanza giusta? Potremmo rispondere ipotizzando che la distanza ottimale coincida con quel punto che permette di non perdersi nessun aspetto di quanto si sta vedendo. Rimanendo sull’esempio della chiesa, da troppo lontano potremmo considerarne solo la bellezza, da troppo vicini potremmo sopravvalutarne i difetti; ne consegue che dovremmo sostare in una posizione che tenga insieme bellezza e limiti, senza cadere dentro una visione unilaterale che ne colga o l’uno o l’altro aspetto. In sintesi, una posizione che permetta una visuale ampia, che faciliti la possibilità di cogliere, e quindi anche di apprezzare e valorizzare, al meglio quanto si sta osservando.
Trasportando il discorso su un piano psicologico, possiamo domandarci se esista una distanza ottimale. O per essere più precisi e per addentrarci meglio dentro il cuore di questo articolo, possiamo trovare la distanza giusta in una relazione genitore – adolescente in modo da vedere l’adolescente per quello che è? Rispondiamo subito di “no”, nel senso che non è possibile trovare una distanza ottimale una volta per tutte. L’adolescente, a differenza di un quadro o di una chiesa, non è statico, è dinamico, in movimento, in continua evoluzione, ragione per cui l’adulto non può cullarsi nell’idea di avere trovato per sempre la distanza ideale da cui relazionarsi a suo figlio. Nulla toglie, tuttavia, che – nonostante non sia possibile determinare una distanza giusta per sempre – ci si possa, anzi forse sarebbe più corretto dire ci si debba, impegnare in ogni caso nel trovare la giusta distanza relazionale dal proprio figlio, o dalla propria figlia, perché l’adolescente è spessissimo un qualcosa di Altro, talvolta qualcosa di così totalmente Altro da risultare quasi un perfetto sconosciuto. E nessuno, in genere, è consapevole di ciò quanto un genitore di un adolescente. Quel ragazzo o quella ragazza che si aggira in casa usa un linguaggio tutto suo, ascolta una musica di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza, veste in un modo curioso e discutibile, per non dire del fatto che sembra più interessato ai social che non socializzare con le persone. Quasi, appunto, un estraneo a cui si vuole molto bene, ma con cui si fatica a trovare un modo per stare in relazione.
Si impone, in sostanza, la questione di quanto essere distanti: stando molto vicini si corre concretamente il rischio di finire con l’essere troppo amici, con il proteggere il figlio anche quando non sarebbe opportuno come spesso accade nel contesto scolastico, o di fronte a qualsiasi altra frustrazione che l’adolescente dovrebbe probabilmente imparare a tollerare; stando troppo lontani si arriva quasi sempre a dire “ai miei tempi…” c’era una musica migliore, una scuola più seria, delle amicizie più vere, e via dicendo con una serie di giudizi che tutto sommato lasciano il tempo che trovano, o che, ad ogni modo, hanno poca credibilità agli occhi di un ragazzo/a che vive ormai in una società, basti pensare alla tecnologia, radicalmente mutata rispetto a quello del genitore. In entrambi i casi, l’adulto pare colpito da una parziale cecità psicologica: quando è troppo vicino non vede che l’adolescente, considerato che ne ha già molti, non ha bisogno di un altro amico con il quale confidarsi; quando è lontano, con quel continuo elogiare un passato che non c’è più, non vede cosa significhi vivere oggi, cosa possa voler dire essere adolescente nel 2025. Entrambi, per ragioni diverse, non vedono che l’adolescente ha bisogno di un adulto che, non essendo né uguale a lui, né totalmente altro da lui, possa incarnare un costruttivo punto di confronto.
Vista la situazione, si potrebbe immaginare che basterebbe porsi in una distanza centrale tra l’essere troppo vicini e l’essere troppo lontani per risolvere il problema della parziale cecità psicologica. Purtroppo, per diverse ragioni, non è così semplice. In primis, perché l’adolescente – come si diceva anche poc’anzi – non è statico: banalmente, un sedicenne non è lo stesso ragazzo di quando era un quattordicenne, così come a diciotto anni non sarà lo stesso di quando ne aveva sedici; e ciò di per sé implica che la distanza ottimale sia un qualcosa da trovare di volta in volta senza che possa essere data una volta per sempre. In secondo luogo, ma non secondariamente, per trovare una distanza ottimale è necessario sperimentare sia l’essere molto vicini che l’essere piuttosto lontani. In altre parole, è solo oscillando consapevolmente tra queste due posizioni che si può trovare un punto centrale. Carl Gustav Jung sosteneva che per comprendere con sentimento qualcosa che si vuol conoscere è necessario immergervisi per poi, dopo un certo periodo di immersione, riemergere per riflettere su quanto esperito. Per usare una metafora dello stesso Jung, è fondamentale alternare uno stare dentro la valle con momenti di maggiore lontananza e ritiro in cui si sta sopra la montagna, se si vuol conoscere a fondo quanto si ha a cuore.
Un impegno faticoso per un certo verso, perché oscillare tra l’essere immersi e l’essere più distaccati dalla vita di un adolescente implica un mettersi in gioco talvolta legato al rivedere le proprie convinzioni e idee, ad un ripensare la propria adolescenza, al saper guardare da distanze e angolazioni diverse quanto accade; un’occasione quasi impareggiabile da un altro verso, perché facilita lo sviluppo di una relazione genitore – adolescente significativa, in grado di porre il genitore in condizione di andare oltre quella sensazione di impotenza che sperimenta sovente al cospetto del figlio, e che allo stesso tempo lascia all’adolescente la possibilità di confrontarsi, misurarsi, e talvolta scontrarsi, con un adulto a cui finalmente riconosce una certa autorevolezza. E un’occasione del genere vale la pena non lasciarsela sfuggire.
