“La bellezza salverà il mondo” è una frase che campeggia ovunque, spesso rimbalza da un video ad un altro, talvolta accompagna pubblicità che vogliono darsi un’aura artistica, altre ancora è lì per rimarcare l’estetica e la grazia sublime del gesto di un grande calciatore o di un grande tennista, altre ancora potremmo trovarla nei più disparati contesti comunicativi – che qui certamente non possiamo elencare in toto – non così dissimili da quelli appena citati. È una frase rassicurante, che colpisce, ad effetto, che non di rado ha il pregio di lasciare comunque a riflettere chi la ode.
Ma la bellezza può davvero salvare il mondo? Se sì, quale tipo di bellezza può farlo? Dando per scontato che una bellezza puramente estetica, per quanto gradevole e piacevole possa essere, non potrà salvare il mondo, in quanto fugace e non in grado di scuotere sino in fondo una persona, torniamo alla fonte originaria in cui si parla di bellezza che salverà il mondo. La frase in questione compare, o meglio viene attribuita al principe Myskin, protagonista di un capolavoro della letteratura russa, L’Idiota di Fëdor Dostoevskij. Nel contesto dostoevskiano, la bellezza non è riducibile a una categoria puramente estetica, ma assume una valenza etico-metafisica. In Dostoevskij, la bellezza non ha un volto unico. Non è nei palazzi o nei volti perfetti, è nella bontà disarmata, nello sguardo che non giudica, nella tenerezza che nasce dal dolore; è nella pietà che fa amare anche quando tutto sembra perduto, è nella misteriosa capacità di scorgere il divino nell’umano, la purezza nella fragilità, la grazia anche nella caduta. È una bellezza legata al cuore, legata al saper soffrire, eppure – almeno stando al romanzo – non redime, e non salva. Nastas’ja, sempre incerta verso il principe Myskin in quanto lo vede mosso più da pietà che non da un sincero amore nei suoi confronti, finisce uccisa da Rogzin, un uomo piuttosto volgare ampiamente dominato dalla sua violenta gelosia; il principe, una volta morta Nastas’ja, torna in Svizzera di nuovo malato e ricoverato per via delle sue ritornate crisi epilettiche; Rogzin, per il suo crudele assassinio, viene condannato ai lavori forzati in Siberia; e Aglaja, ferita nei sentimenti e nell’orgoglio per la reticenza del principe nello scegliere tra lei e Nastas’ja, finisce con lo sposare un conte polacco che ben presto l’abbandona. In sintesi, un epilogo tragico che non risparmia nessuno dei protagonisti principali del romanzo.
Il principe Myskin incarna una bellezza radicale, assoluta, quasi evangelica si potrebbe dire. Il suo limite, paradossalmente, sta proprio nell’essere così elevata, così perfetta, nel suo essere così cristallina, da essere portata a sottovalutare la potenza del male. Il principe, per dire, trascura la forza cieca e brutale di cui è portatore Rogzin, oppure non si rende del tutto conto di quanto sia impattante la disonesta avidità di personaggi – un Burdovskij ad esempio – che non vogliono far altro che sottrargli la sua eredità. La sua bellezza rasenta l’ingenuità, e non gli è di aiuto nel comprendere la realtà che deve fronteggiare. Da quest’angolazione, la sua bellezza non riesce a salvare, nel caso del romanzo né lui, né gli altri.
Carl Gustav Jung scrive: “Non si diventa luminosi immaginando la luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.” Il principe Myskin si muove in questa direzione, ma lo fa forse con troppo ottimismo. Sa guardare la malattia, sa vedere la povertà, la sofferenza, sa ascoltare come pochi, ma poi confida troppa nella bellezza e pecca -come accennavamo poc’anzi – di ottimismo. Da questo punto di vista, un particolare del romanzo pare essere rivelatore. Con Rogzin ad un certo punto si trovano dinanzi l’opera Il Cristo morto deposto nella tomba di Hans Holbein il Giovane, un quadro lungo circa due metri e alto non più di trenta centimetri raffigurante un Gesù appena deposto dalla croce. Un Cristo in tutto e per tutto simile ad un uomo che ha subito infiniti strazi, con un viso sfigurato per i colpi subiti, con lividi sanguinolenti, e decisamente tumefatto. Con il suo rivale in amore Rogzin lo commentano, e il principe, dopo aver ascoltato come a Rogzin piacesse guardare quel quadro, non può far a meno di esclamare “quel quadro! Ma quel quadro a più d’uno potrebbe far perdere la fede”. È un’immagine da cui il principe deve allontanarsi, perché fa sorgere, gli fa sorgere, il dubbio che la Natura – in questo caso la morte – possa essere superiore addirittura alla figura divina. Non riesce a contemplare che la Natura abbia un suo decorso, spesso benevolo, in qualche altro caso malevolo. Per estensione, non riesce a cogliere quanto la natura di una passione – per esempio quella amorosa che sembrerebbe animare Rogzin – possa diventare distruttiva trasformandosi in puro possesso; così come non coglie come la natura dell’uomo sia intrisa anche di una terribile sete di potere che si manifesta in tutto il romanzo attraverso una bulimia verso il denaro. In termini psicologici, è come se il principe Myskin fosse portatore di un’idea di bellezza che non riesce a contemplare l’Ombra, anche perché fatica nel vedere un suo aspetto di Ombra – l’ingenuità – che lo porta purtroppo a compiere scelte errate.
In una lettera alla nipote Sonija Ivanova, Dostoevskij scrive: “L’idea centrale del romanzo è di descrivere un uomo assolutamente buono. Nulla ci può essere di più difficile al mondo, specialmente ai giorni nostri… Tutti gli scrittori che hanno cercato di rappresentare il bello assoluto hanno sempre fallito, perché è un compito impossibile”. A tutti gli effetti sì, pare decisamente un “compito impossibile”, almeno da un punto di vista psicologico, perché si pone troppo al di sopra dell’umano, in quanto incapace di includere anche qualcosa di poco luminoso, di ombroso. Detto in altro modo, è come se avessimo bisogno di una bellezza che sappia anche sporcarsi, che sappia prendere forma dal fango; una bellezza, in altre parole, più umana, o meglio più in grado di contenere la complessità umana.
Alcune opere d’arte talvolta paiono riuscire in ciò. Pensiamo a un quadro come il Cristo morto di Andrea Mantegna: il corpo rigido, la morte esibita senza pudore, la sofferenza non negata, con le lacrime ben visibili della Madonna, con il volto malinconico della Maddalena, o con la disperazione di Giovanni. Eppure, proprio lì, nella brutalità di quelle forme, esplode una bellezza che non mente, una bellezza vera, autentica, capace di far vedere un dolore intimo, silenzioso, non spettacolarizzato, e proprio in virtù di ciò in grado forse di far apprezzare quel che si aveva o si ha. Una bellezza, per alcuni versi, che fa crescere il desiderio di essere finalmente persone migliori, poiché pare avere in sé la sostanza delle cose imperfette [1] e quella saggezza che nasce dall’aver guardato il male negli occhi senza fuggire. Una bellezza che sembra avere il pregio di conoscere la perturbante complessità del mondo e dell’animo umano, e che riesce, proprio in virtù di questa sua essenza complessa, a favorire la possibilità che nasca un senso dal disordine. Una bellezza, in sintesi, che passando e integrando l’Ombra riesca a dare luogo a qualche luce: e allora, sì, forse la bellezza salverà se non il mondo, almeno qualche anima in difficoltà.
[1] Da un punto di vista strettamente tecnico artistico il capolavoro del Mantegna non rispecchia, volutamente, le regole classiche della prospettiva: lo spettatore, difatti, è come se fosse dinanzi e in basso rispetto all’opera, il che implica che se Mantegna avesse osservato rigorosamente le regole prospettiche, i piedi del Cristo in primo piano avrebbero dovuti essere ben più grandi del come li ha effettivamente realizzati, con la conseguenza che avrebbero finito con il coprire una buona parte del volto del Cristo stesso. Optando invece per una certa audacia prospettica, più da scorcio, ci ha donato questa grandissima opera artistica.
