“Ridicola” è forse la parola che ricorre più frequentemente nelle narrazioni legate al descriversi in una persona diagnostica come avente ansia o fobia sociale, ovvero quella condizione per cui si sperimenta una fortissima attivazione psichica e fisica in concomitanza di determinate situazioni sociali, vissute come fonte di una potenziale umiliazione. Naturalmente, oltre a “ridicola”, si odono spesso anche altre aggettivazioni piuttosto degradanti, quali goffa, impacciata, bloccata, incapace, ma “ridicola” prevale, è più forte, più pervasiva delle altre, perché ha un qualcosa di spietato. Deriva dal latino “ridiculus”, derivante a sua volta da “ridere”, ed implica che sia giusto ridere di un qualcosa, di un comportamento, di un qualcuno, che merita scherno e derisione. È una parola – meglio, un giudizio – che non conosce pietà e solidarietà, in quanto sembra giustificare il deridere ciò, o chi, è attraversato da tanta insulsa ridicolaggine.
E, in effetti, pare sentirsi proprio così la persona con fobia sociale: ritiene giusto che gli altri ridano di lei, perché troppo abietta, sconclusionata, indegna, con una sola parola ridicola. Allo sguardo altrui, risulta ridicolo il modo in cui si muove in discoteca, il modo – non semplicemente stonato – in cui canta, del tutto ridicole – persino nel timbro della voce – quelle poche parole che riesce a dire a una cena, ridicolo, talvolta, addirittura il modo in cui cammina. Si tratta di vissuti penosi, segnati da un radicale senso di inadeguatezza, di colpa, di una colpa legata all’essere indegni per il fatto stesso di come si è. Sono vissuti che non danno tregua, che non lasciano mai in pace, perché è potenzialmente alto il numero di occasioni sociali in cui la persona sofferente di ansia sociale potrebbe sentirsi sotto la lente del temutissimo sguardo altrui. Da tanto inferno, in genere, chi soffre di fobia sociale si difende fuggendo, evitando molti contesti sociali nei quali quanto descritto sinora potrebbe facilmente accadere.
Questa strada, che potremmo chiamare strategia dell’evitamento, funziona tuttavia solo parzialmente, perché, almeno nella maggior parte dei casi, dopo un certo lasso di tempo coloro che soffrono di ansia sociale si rendono conto di come non possano andare avanti cercando di evitare qualunque situazione, a meno che si accontentino solo di sopravvivere più che di vivere. Questo prendere atto che la strategia dell’evitamento non funziona poi molto è il fattore che più di ogni altro induce colui o colei che sperimenta una costante ansia sociale a chiedere un aiuto terapeutico.
È descrivibile tale aiuto terapeutico? Non è possibile descriverlo in toto, poiché ogni persona è diversa da ogni altra e di conseguenza lo è anche ogni singolo percorso terapeutico; è possibile però avanzare delle brevi riflessioni generali che possano fornire un’idea di massima sul tipo di aiuto che potrebbe ricevere una persona afflitta da fobia sociale. Come si notava implicitamente poco sopra, solitamente, nelle prime fasi di un lavoro terapeutico, la persona con ansia sociale attribuisce agli altri una lunga serie di giudizi decisamente negativi che la concernono. È piuttosto convinta – anche naturalmente senza poter sapere cosa pensino realmente gli altri, poiché va da sé che non possiamo saperlo – che la vedano esattamente in quei termini denigratori che immagina. Si tratta di un processo psichico automatico: come ha spiegato benissimo Carl Gustav Jung, le proiezioni – cioè l’attribuire automaticamente qualcosa ad altri di cui si può invece solo capire se appartenga a sé oppure no – non si fanno, bensì avvengono. Perché, mentre il fare richiederebbe un’azione cosciente, la circostanza che un qualcosa accada in automatico costituisce la spia stessa della sua involontaria inconscietà. Ecco, tornando sull’ansia sociale, potremmo dire che la prima parte del percorso terapeutico è in genere caratterizzata da un progressivo ritiro delle proiezioni. Con parole più pragmatiche, la persona mette a fuoco che certi devastanti giudizi di indegnità e ridicolaggine siano in primo luogo marcatamente presenti in lei stessa. Poi, certamente, potrebbe anche darsi che altre persone li condividano, tuttavia le diviene chiaro che innanzi tutto è lei stessa ad andarci giù in maniera molto dura. In sostanza, “scopre” che dentro di esiste una voce molto critica.
Realizzata questa scoperta, possiamo dire, sempre parlando in termini generici, che si accede alla seconda parte del percorso terapeutico, seconda parte che ha per lo più a che vedere con tale voce critica. Naturalmente ogni voce critica è specifica e individuale, è un fenomeno psicologico dietro il quale si celano la storia – con tutti i ricordi e anche le ferite che si porta dietro – e la soggettività di una persona con ansia sociale. Questa premessa per dire che non siamo quindi nella condizione di poter fare osservazioni molto specifiche e dettagliate sul suo conto, ciò non toglie che in questo breve articolo un’osservazione più generale possa essere rimarcata. La voce critica potrebbe essere presente per i più svariati motivi, per un’educazione troppo rigida e severa, per una tendenza a nutrire aspettative eccessivamente alte sui risultati da dover raggiungere, per la presenza di un talento poco ascoltato che in tal modo reclama attenzione, o per altre mille ragioni che non staremo qui ad elencare; l’aspetto centrale, ad ogni modo, è che si riesca a rappresentarla in modo da poter stabilire un rapporto di profonda consapevolezza psicologica con lei. Immaginandola, visualizzandola, cercando di capire come si manifesti nei sogni, interrogandola, purché non la si perda di vista. Perché il riuscire a vederla la rende generalmente più smussata e dialogante, spesso ancora critica ma in una maniera finalmente costruttiva; in una sola parola, trasformata. Trasformazione che a sua volta impatta in modo molto benefico sull’ansia sociale..
